Questa settimana, cominceremo il nostro viaggio nel territorio dell’intelligenza artificiale. Partendo dalle riflessioni dello storico e filosofo Yuval Noah Harari, ci interrogheremo su una tecnologia che potrebbe presto superare il perimetro della nostra comprensione. L’intelligenza artificiale impara, elabora, crea e manipola il linguaggio, lo strumento attraverso cui abbiamo costruito la nostra cultura e le nostre società. Vedremo perché, secondo Harari, l’intelligenza artificiale rappresenta il più grande esperimento psicologico e sociale della storia.
Dalla tecnologia, passeremo poi alla propaganda. Una propaganda meschina e violenta, purtroppo. L’arena del Colosseo, un gladiatore, dei leoni, i leader dell’opposizione trasformati in vittime sacrificali e un pubblico compiaciuto. È il video realizzato con l’intelligenza artificiale e diffuso dal generale Roberto Vannacci. Una comunicazione politica pericolosa, costruita sulla provocazione estrema e sulla derisione dell’avversario.
Il nostro viaggio ci porterà poi nel Sud dell’Italia, in una Puglia divorata dalle fiamme. Da Gallipoli a Peschici, gli incendi devastano pinete, macchia mediterranea e territori agricoli. Parleremo delle responsabilità che, come le fiamme, si ripresentano ogni estate: la mancata pulizia dei boschi, l’abbandono dei terreni e le fragilità legate alla siccità e al caldo estremo. La Puglia diventa così il simbolo di un problema molto più ampio.
Concluderemo infine il nostro percorso a Trieste, una città che sta vivendo una trasformazione profonda. Ignorata per decenni dai grandi itinerari turistici, la città è ora una delle destinazioni più ricercate dell’Adriatico. Trieste si trova oggi davanti alla sfida che accomuna tutte le città di frontiera: abbracciare il cambiamento senza perdere la propria essenza.
Vi invito ad accompagnarmi.
In un prossimo futuro, l’intelligenza artificiale potrebbe muoversi in un territorio concettuale che sfuggirà alla nostra comprensione. È questo il cuore della riflessione dello storico e filosofo Yuval Noah Harari, che, in una recente intervista al quotidiano El País, ci invita a riflettere su un punto cruciale: l’intelligenza artificiale non è uno strumento passivo al nostro servizio, ma un soggetto dotato di un notevole livello di autonomia. Un soggetto che vorrà sopravvivere, espandersi. Per funzionare meglio, per aumentare la propria capacità di calcolo e riflessione.
Un martello non decide cosa colpire. Un coltello non sceglie cosa tagliare. Persino una bomba rimane inerte, se qualcuno non la aziona. L’intelligenza artificiale, invece, nell’interagire con noi e nell’analizzare informazioni, impara. E poi sceglie, inventa, crea. E proprio perché è capace di creare autonomamente, potrebbe elaborare idee, soluzioni e strategie capaci di scavalcare il perimetro della nostra comprensione.
La vera novità, in questo contesto, non va cercata nella velocità, o nella potenza di calcolo, ma nel fatto che, per la prima volta nella storia, una tecnologia ha imparato a manipolare il linguagg
Lo stile estetico è quello delle serie televisive sull’Impero Romano. Ma il video è stato realizzato interamente con l’intelligenza artificiale. E si vede.
Il generale Roberto Vannacci siede in compagnia di Giorgia Meloni e del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Sono spettatori al Colosseo. Nell’arena, legati con delle corde, ci sono quattro prigionieri. I loro volti sono quelli di alcuni politici dell’opposizione. Improvvisamente, vediamo la zampa impaziente di un leone. Lunghe unghie affilate. C’è pure un gladiatore nei panni del boia. Vediamo poi una falce e un martello. “La stessa falce e lo stesso martello che non hanno mai usato”, dice Vannacci con un sorrisetto sarcastico. L’allusione è chiara: saranno quelli gli strumenti con cui verranno giustiziati i prigionieri. Poi, arriveranno i leoni.
Immagini disgustose e inquietanti. Mettere in scena la condanna a morte di figure politiche dell’opposizione — anche se sotto forma di metafora, parodia o contenuto generato tramite intelligenza artificiale — travalica i confini della normale dialettica democratica per sconfinare nell’incitamento alla violenza. E nell’autoesaltazione.
Questo genere di contenuti, in realtà, si inser
Da giorni, la Puglia brucia. Nel pomeriggio di venerdì 25 luglio, la spiaggia Rivabella, in provincia di Gallipoli, sembrava l’inferno di Dante. Un incendio, con fiamme alte e furiose, divorava indomito la pineta, alimentato dal maestrale. Oltre seicento ettari di bosco in cenere, a pochi metri dal blu del mare e degli ombrelloni. Nel cielo, una colonna di fumo nero. Nel mare, decine di turisti in fuga.
Da Gallipoli a Peschici e Vieste, passando per le campagne della provincia di Taranto e Brindisi, l’estate pugliese vive un incubo di fuoco che devasta pinete storiche, macchia mediterranea e strutture ricettive, ferendo la bellezza della natura, e l’economia locale.
Dopo ogni emergenza, sulla cenere ancora calda divampano, inevitabili, le polemiche e il rimpallo delle responsabilità. Nel 2025 la Puglia è stata la terza regione italiana più colpita dal fuoco, con 119 incendi segnalati. La classe politica, locale e nazionale, è sempre sotto accusa.
Da più parti si alza la voce di chi denuncia una cronica e colpevole pigrizia, un’evidente e innegabile mancanza di prevenzione. La macchina dei soccorsi interviene sempre con grande generosità nel domare le fiamme, ma a quel punto, ormai,
Tartaifel. Mia nonna Maria, che era triestina, usava questa parola del dialetto cittadino per riferirsi alle persone molto severe ed esigenti: persone che sapevano come farsi rispettare e ottenere ciò che volevano in ogni situazione. Negli anni, l’avrò sentita dire un’infinità di volte quella parola, che mi piaceva perché era aspra e onomatopeica, ma non mi ero mai chiesta quale fosse la sua origine storica, etimologica. Solo ultimamente ho fatto una ricerca online, rimanendo affascinata.
Ho così scoperto che la parola tartaifel è il prodotto di una contaminazione linguistica risalente all’epoca austro-ungarica di Trieste. Proviene dall’espressione tedesca “der Teufel”, e si riferisce… al diavolo. Nell’adottare quell’espressione, i triestini hanno unito l’articolo e il sostantivo, fondendoli in un unico termine. Tartaifel, insomma, è una di quelle parole che dimostrano come Trieste sia sempre stata un crocevia di popoli e culture.
Torno spesso a Trieste, dove, sotto il colle di San Giusto, c’è ancora la vecchia casa di mia nonna. La città, in questi ultimi anni, è cambiata moltissimo. È cambiata così tanto che, a volte, fatico a riconoscerla.
Addormentata sugli allori di un glorios