Questa settimana cominceremo il nostro viaggio negli Stati Uniti, ai piedi di Mount Rushmore, dove Donald Trump ha inaugurato le celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con un discorso che ha fatto molto discutere. Più che celebrare la storia della democrazia americana, il presidente ha scelto un linguaggio polarizzante e antiquato, giocando la carta della paura.
Andremo poi in Italia, dove alcune recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla presidenza della Repubblica hanno riportato al centro del dibattito il ruolo del Quirinale. Ripercorreremo la storia dei capi dello Stato italiani per capire quali strategie politiche possano nascondersi dietro le parole della presidente del Consiglio.
La terza tappa del nostro viaggio ci porterà nell’Italia dell’Illuminismo. Partendo dal filosofo e giurista milanese Cesare Beccaria, rifletteremo sull’evoluzione del concetto di giustizia, dalla semplice punizione del colpevole all’idea moderna della pena come occasione di recupero e reinserimento nella società. Un tema che trova oggi nuove applicazioni all’interno delle carceri italiane.
Concluderemo infine il nostro percorso parlando di arte, misteri e cronaca giudiziaria. Lo faremo ricordando un celebre dipinto di Jean-Michel Basquiat — Wine of Babylon —, da tempo protagonista di una storia che intreccia collezionismo, tribunali e colpi di scena.
Vi invito ad accompagnarmi.
Illuminati dal basso con potenti proiettori, i volti dei quattro presidenti scolpiti nella roccia di Mount Rushmore avevano lo sguardo attonito la sera di venerdì 3 luglio. Sembravano allibiti, realmente sorpresi dal discorso che Donald Trump stava pronunciando ai piedi dell’imponente montagna che li ospita dal secolo scorso. Davvero Trump stava indicando il “ritorno del comunismo” come la maggiore minaccia per gli Stati Uniti di oggi? Sembrava di essere tornati ai tempi del senatore Joseph McCarthy e della sua caccia alle streghe.
L’evento di quella sera avrebbe dovuto dare il via alle celebrazioni per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza statunitense. Eppure Trump, oltre a parlare di comunismo e di Dio, si è appropriato dell’importante ricorrenza, lamentandosi e criticando i suoi rivali politici. D’altro canto, si sa, le elezioni di metà mandato si profilano minacciose all’orizzonte, e ogni occasione è buona per fare propaganda.
Da settimane la popolarità del presidente è in forte calo e, secondo diversi sondaggi, attualmente solo un terzo della popolazione valuta positivamente il suo operato. Molti gli elementi che proiettano un’ombra sulla Casa Bianca. Tra que
Ospite, lo scorso 29 giugno, della trasmissione televisiva, 10 minuti, Giorgia Meloni ha toccato una molteplicità di temi, dalla politica internazionale a un’eventuale riforma dell’attuale legge elettorale. Ma a conquistare l’attenzione collettiva è stato un commento in merito alla figura del presidente della Repubblica.
Evidentemente stimolata da una domanda dell’intervistatore, Meloni si è lanciata in una breve invettiva. “Per un certo establishment, avere un presidente che non sia di centrosinistra è una tragedia. È ora di sfatare questo tabù. Così come tante cose sono cambiate in questi anni, non è detto che non possa cambiare anche questo”, ha detto col tono di chi vuole prendersi una rivincita.
In effetti, vedere al Quirinale una figura appartenente all’area del centrodestra sarebbe una bella soddisfazione per la premier: “Sarebbe un altro modo di dire una cosa che cerco di affermare da tutta la vita e cioè che chi non è di sinistra non è ‘figlio di un Dio minore’, ma ha gli stessi diritti degli altri. Valeva per la presidenza del Consiglio dei ministri e potrà valere per la presidenza della Repubblica”.
Al di là del vittimismo – un riflesso retorico che le piaceva quando era al
Pare che Dei delitti e delle pene, il libro che rese famoso il giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria, l’abbia scritto in realtà Pietro Verri, sodale di Beccaria, fondatore della scuola illuminista milanese e della rivista Il Caffè. Sia come sia, il libro firmato da Beccaria divenne un caso letterario, discusso nelle principali capitali europee e accolto con entusiasmo da alcuni dei maggiori intellettuali dell’epoca. L’opera rivoluzionò il dibattito sulla giustizia penale, denunciando la tortura e la pena di morte come pratiche inutili e disumane e gettando le basi del moderno diritto penale. In pochi anni, fu tradotta in numerose lingue e contribuì a ispirare importanti riforme legislative in diversi Stati europei.
L’idea che il carcere dovesse servire soltanto a punire il colpevole cominciò a essere messa in discussione proprio durante l’Illuminismo. La sanzione, sostenne Beccaria nel suo celebre trattato, non doveva essere una vendetta dello Stato, ma uno strumento, pragmatico e razionale, per prevenire nuovi reati. Per Beccaria, la pena inflitta al colpevole doveva essere certa, proporzionata e necessaria, mai crudele o arbitraria. Questa concezione, rivoluzionaria per l’e
Se Jean-Michel Basquiat potesse fare un viaggio nella macchina del tempo, probabilmente accoglierebbe la faccenda con una risata dissacrante. Il genio ribelle della New York anni Ottanta, l’anima punk passata in un lampo dai graffiti poetici sui muri di Manhattan alle pareti delle principali gallerie newyorkesi, si ritrova oggi protagonista di una storia romana, una trama degna di un giallo.
Al centro di tutto, c’è Wine of Babylon, una delle sue tele più enigmatiche: un’esplosione acrilica di rosso, ocra e celeste acquistata a Manhattan nell’88 dal produttore Vittorio Cecchi Gori, per 330.000 dollari. All’epoca, il dipinto era l’orgoglio dell’appartamento che Vittorio — figlio di Mario Cecchi Gori, il produttore che negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso legò il suo nome ai massimi registi della commedia all’italiana — condivideva con la moglie Rita Rusić. Oggi, è solo un ricordo. Un fantasma che da anni sfugge a sentenze, investigatori e ufficiali giudiziari.
La metamorfosi del dipinto da capolavoro — valutato oggi a 18 milioni di euro — a corpo del reato inizia nel 2010. Vittorio Cecchi Gori, alle prese con serie difficoltà finanziarie, offre l’opera al suo storico legal