Questa settimana apriremo il nostro percorso in Turchia, dove ricorre il decennale del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016. Ripercorreremo quella notte drammatica per comprendere come quell’evento abbia segnato una svolta nella storia del paese, divenendo il pilastro narrativo su cui il presidente Erdoğan ha edificato un nuovo mito fondativo e un controllo sempre più rigido sulle istituzioni.
Andremo poi in Italia, nella città di Sanremo, dove l’astro nascente della destra radicale italiana — il generale Roberto Vannacci — qualche giorno fa ha organizzato un evento sportivo che ha ricordato a molti… l’ossessione di Benito Mussolini per il corpo atletico.
Il nostro viaggio ci porterà poi ad analizzare l’uso della comunicazione non verbale e il valore simbolico dei gesti tra i leader internazionali. Osservando alcuni episodi che hanno visto protagonista la premier Giorgia Meloni — come il recente vertice NATO di Ankara —, vedremo come persino un ritardo a un appuntamento ufficiale possa trasformarsi in un messaggio politico.
Concluderemo infine il nostro viaggio in Francia, a Parigi, dove una mostra ha celebrato la storia e l’estetica di Pomellato. Vedremo come, a partire dalla Milano dinamica e inquieta del 1967, la celebre maison orafa milanese abbia rivoluzionato il concetto di gioiello: da semplice status symbol a espressione di stile, creatività e libertà femminile.
Vi invito ad accompagnarmi.
Ogni potere politico ha bisogno di un “mito fondativo”. Di un momento epico che legittimi la sua autorità e alimenti, nel popolo, un senso di appartenenza. Per quasi un secolo, la narrazione identitaria turca si era affidata al culto laico di Mustafa Kemal Atatürk, il generale che, dopo il primo conflitto mondiale, aveva guidato la rinascita dalle ceneri dell’Impero Ottomano promuovendo la modernizzazione del paese nel cammino della laicità.
Questo equilibrio si è infranto con la sommossa militare della notte tra il 15 e il 16 luglio 2016. Un colpo di scena che ha travolto simboli e schemi collaudati, regalando al presidente Recep Tayyip Erdoğan il materiale ideale per edificare una nuova retorica nazionale.
La sera del 15 luglio, alle 22, un settore delle forze armate lanciava una rivolta, cercando di rovesciare il presidente e il suo governo. I militari golpisti presero di mira alcuni punti strategici di Istanbul e Ankara. A Istanbul, occuparono i ponti sul Bosforo e l’aeroporto Atatürk. Ad Ankara, entrarono nella sede della televisione pubblica, costringendo una giornalista a leggere un comunicato. I golpisti annunciavano la loro volontà di prendere il potere per “ripristinare
Mens sana in corpore sano. È con questo slogan pubblicato sui social che il generale Roberto Vannacci, fondatore del partito populista di estrema destra Futuro Nazionale, ha dato appuntamento ai suoi seguaci a Sanremo.
È il secondo fine settimana di luglio, e l’evento è interamente dedicato allo sport. Nuoto, ciclismo, corsa campestre. Circondato dalle telecamere dei giornalisti, Vannacci si sfila maglietta e bermuda, e si esibisce in un atletico tuffo nel mare ligure. “Lo sport è salute. La salute è vita e chi è in salute pesa di meno sul servizio sanitario nazionale ed è psicologicamente più stabile”, commenta poi.
Scene e parole che scatenano un dejà-vu. Il parallelismo col Ventennio fascista, un’epoca in cui lo sport e il culto del corpo venivano usati come strumenti di propaganda politica, è infatti inevitabile.
In questo, Benito Mussolini era stato un pioniere. Si mostrava a petto nudo mentre nuotava, trebbiava il grano o cavalcava davanti alle cineprese del regime, usando la propria fisicità come un manifesto politico. In quella narrazione, il corpo vigoroso del leader rappresentava la forza di un’intera nazione.
Ma Vannacci sta attento alle formalità. Quando i suoi accennano s
Ogni giorno comunichiamo messaggi ed emozioni in mille modi. Con le parole, certo. Ma anche con la mimica facciale, i sospiri, le mani, il corpo e il modo in cui ci muoviamo nello spazio. Comunichiamo pure con le scelte. Arrivare in ritardo a un appuntamento, ad esempio, è un gesto che raramente è neutro: quasi sempre trasmette un messaggio, più o meno consapevole.
Lo sa bene Giorgia Meloni, che ha fatto spesso ricorso a questa forma di comunicazione. A volte, per lanciare un segnale agli avversari politici. Altre, per esprimere irritazione, insofferenza o disagio.
Accadde anche il 13 dicembre 2022. Presidente del Consiglio da meno di due mesi — aveva giurato il 22 ottobre —, Meloni si presentò nell’aula della Camera con venti minuti di ritardo. Quel giorno era attesa a Montecitorio per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 dicembre. Durante l’incontro, avrebbe illustrato ai deputati la linea che l’Italia intendeva sostenere al vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea. La seduta era fissata per le 9:30. La premier, però, fece il suo ingresso in aula soltanto alle 9:50.
Un deputato di Italia Viva — il partito fondato dall’ex premier Matteo Renzi,
Nel 1967, Milano è una città che corre veloce, ottimista e inquieta. Alle spalle, il momento più fulgido del boom economico postbellico, quel “miracolo italiano” di cui è la capitale indiscussa. All’orizzonte, i primi bagliori della contestazione studentesca e sociale che sarebbe esplosa l’anno successivo.
Il benessere materiale è ormai evidente e diffuso. Le fabbriche lavorano a pieno ritmo. Le case si riempiono elettrodomestici. Frigoriferi, lavatrici, televisori. Nelle strade circolano, come uno sciame colorato, le Fiat 500 e 600. La linea rossa della metropolitana, inaugurata pochi anni prima, è il simbolo di una città che viaggia verso il futuro.
Ma Milano non vive di sola industria. È anche la città che dà un palcoscenico ad artisti geniali come Lucio Fontana e Piero Manzoni. La città dove brillano designer e architetti come Bruno Munari, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Ettore Sottsass, Enzo Mari e Vico Magistretti. La città dove la notte palpita nei locali di jazz e nei cabaret.
La Milano del ‘67 è anche la città dove nasce la maison Pomellato, pioniera nel concetto del gioiello prêt-à-porter. Anelli, bracciali, orecchini, collane. Gioielli che cessano di essere uno status