Ci sposteremo poi nel mondo della televisione italiana, per conoscere il nuovo programma di Roberto Saviano. Un racconto che affonda le radici nel pensiero dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia e nella necessità di trovare una “giusta distanza” tra coinvolgimento e lucidità.
Rimarremo ancora un po’ nel campo della narrazione: parleremo infatti della serie televisiva che Marco Bellocchio dedica alla tragica vicenda giudiziaria e umana del giornalista Enzo Tortora. Una vicenda che ci fa riflettere sul rapporto tra giustizia, media e opinione pubblica.
Concluderemo infine il nostro percorso con un momento luminoso: una riflessione sul Rinascimento italiano. Vedremo quali sono i fattori — politici, sociali e culturali — che hanno dato vita a questa straordinaria stagione creativa.
Ma, prima di tutto, andiamo in Ungheria, per riflettere sul futuro del paese e dei suoi rapporti con l’Europa.
Dopo 16 lunghi anni al timone dell’Ungheria, Viktor Orbán dovrà lasciare il suo ufficio nell’ex Monastero dei Carmelitani di Buda. Domenica 12 aprile, Fidesz, il partito di ispirazione populista e nazional-conservatrice di cui è presidente, è stato sonoramente sconfitto alle elezioni parlamentari. Il movimento politico TISZA, guidato dall’avvocato ed europarlamentare Péter Magyar, ha conquistato 138 seggi su 199, assicurandosi così una solida maggioranza dei due terzi.
Davanti a questo risultato, a Bruxelles, i vertici dell’Unione europea hanno tirato un lungo sospiro di sollievo. Per anni, Orbán era stato una spina nel fianco. Sbandierando la sua vicinanza alla Russia di Putin ed esercitando un ferreo controllo sui media e sul potere giudiziario, aveva trasformato l’Ungheria in una “democrazia illiberale”. Di fatto, ad appoggiare esplicitamente la sua campagna elettorale, c’erano tutti i leader della destra radicale mondiale: da Javier Milei ad Alice Weidel a Benjamin Netanyahu. Nei giorni precedenti le elezioni, il vicepresidente statunitense JD Vance si era speso personalmente a favore della candidatura di Orbán, accusando, con un certo gusto per il paradosso, l’Unione europea di
Sono vent’anni che Roberto Saviano vive come un potenziale bersaglio della camorra. Sotto scorta, minacciato. È il prezzo che paga per aver raccontato, con documentata precisione, i meccanismi del potere criminale nel suo libro più celebre: Gomorra, pubblicato nel 2006 e diventato nel giro di poco tempo un caso editoriale internazionale. Da allora, Saviano è un simbolo. Una voce che ha scelto l’impegno civile, ben sapendo quali sarebbero state le conseguenze del suo coraggio: le quotidiane limitazioni, la pressione mediatica, le frecce avvelenate di una certa classe politica. Lo spettro, costante, della violenza.
È in questa cornice che è nata l’idea per La giusta distanza, il programma in sei puntate che Saviano presenta in queste settimane sul canale televisivo La7. Il titolo richiama un concetto dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia, per il quale comprendere un fenomeno significava trovare un giusto punto di equilibrio tra il coinvolgimento e il distacco. Per Sciascia, la distanza riguarda soprattutto il modo in cui lo scrittore — ma anche il cittadino — si relaziona con gli eventi. Non l’indifferenza del distacco, né l’eccessiva partecipazione emotiva, che rischia di offus
Una critica coraggiosa ai sistemi del potere — Chiesa, Stato, Magistratura —, analizzati nei loro meccanismi di repressione e tradimento dell’individuo. Uno stile capace di fondere realismo storico e momenti onirici. Il cinema di Marco Bellocchio è davvero unico nel panorama contemporaneo italiano. Esplora temi difficili — la follia, le ossessioni collettive, la perdita della libertà —, trasformando la cronaca in uno spazio di riflessione. Uno spazio dove la verità si scontra con la sopraffazione e con l’eterna ipocrisia della società.
Nella serie televisiva Portobello, Bellocchio riflette su uno dei casi giudiziari più eclatanti della storia italiana: l’arresto e il processo al giornalista e conduttore televisivo Enzo Tortora.
Il primo episodio ci presenta Tortora all’apice della gloria. È l’uomo più amato d’Italia, il conduttore di Portobello, una trasmissione capace di fermare il Paese ogni venerdì sera. Ispirandosi alla celebre Portobello Road di Londra per il nome e il concetto del suo ‘mercatino’ televisivo, Tortora aveva creato un programma innovativo che mescolava invenzioni bizzarre e storie umane, dando voce alla gente comune.
L’incantesimo si spezza all’alba del 17 giugno 1
L’altro giorno, mentre tornavo a casa dopo aver fatto la spesa al supermercato, ho notato sulla facciata di un modesto edificio ottocentesco un dettaglio che mi ha commosso. Sopra al portone, un piccolo tondo in pietra bianca raffigurava la scena dipinta da Raffaello Sanzio nella Madonna della Seggiola: madre e bambino stretti in un caldo abbraccio, affiancati da Giovanni Battista bambino. Mi sono fermata in mezzo alla strada, a contemplarla, sorpresa e incantata, mentre riflettevo sulla magia storica che è stato il Rinascimento italiano.
Lo sbocciare del Rinascimento non fu un miracolo, o il risveglio improvviso di un’eredità classica assopita. Fu, piuttosto, il risultato del complesso intreccio di variabili — storiche, sociali, politiche — che, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, trovarono nella penisola italiana un terreno fertile.
Dal punto di vista storico (e geografico), l’Italia godeva di una continuità con l’antichità romana senza paragoni nel resto d’Europa. Le rovine degli edifici, i testi, persino la memoria urbana dell’antico impero… tutto era ancora vivo, anche se in forma latente. Questa prossimità fisica all’iconografia del mondo classico alimentò l’i