Cominceremo da una riflessione sul vero significato del Natale, partendo dalla saggezza di un incontro inatteso e da un momento di vulnerabilità. Un racconto che ci invita a ripensare la salvezza non come un atto individuale, ma come un cammino condiviso, fatto di presenze, gesti e comunità.
Ci sposteremo poi nel cuore dell’attualità, con un’inchiesta sul sistema universitario italiano, sotto accusa dopo un concorso controverso all’Università di Verona. Un caso emblematico che riapre il dibattito su meritocrazia e potere, e che mette in discussione la distanza tra le leggi e la loro applicazione concreta.
Lasceremo quindi la cronaca per immergerci nella Venezia di Mariano Fortuny e Henriette Negrin, tra arte, moda e sperimentazione. Un viaggio nella creatività di una coppia che ha saputo reinventare l’armonia della classicità greca, per trasformarla in un manifesto di bellezza ed emancipazione femminile.
Concluderemo infine il nostro percorso con una riflessione sulla nostalgia, un sentimento complesso, intimo e universale, una dolce miscela di piacere e tristezza. Attraverso le parole di Marcel Proust e Jorge Luis Borges, scopriremo che la nostalgia può essere, anche, una forma d’arte.
“La salvezza passa per un percorso collettivo”. Con queste parole, un musicista che ammiro molto chiudeva un suo recente concerto. Era un evento intimo: una piccola sala con tavolini rotondi, le pareti coperte di specchi e, in fondo, un palcoscenico cinto da un sipario blu. Io ero lì, seduta a uno di quei tavolini in compagnia di Carla, la mia vicina di casa del piano di sotto. Con ammirevole generosità, il musicista aveva voluto condividere col pubblico che lo ascoltava quella sera un aneddoto personale, un’esperienza vissuta a Città del Messico. Un giorno, ci disse, attraversando l’immenso rettangolo dello Zócalo, aveva notato un grappolo di tende: era la protesta di una comunità indigena. Incuriosito, si era avvicinato, per scambiare qualche parola. La conversazione aveva presto toccato una nota esistenziale, intensa, esplorando temi filosofici. La solitudine, la fragilità umana, la f
L’ultimo scandalo in ordine di tempo è quello che vede protagonista Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore dell’Università di Verona, Pier Francesco Nocini. A soli 33 anni, Nocini è diventato professore ordinario di otorinolaringoiatria presso l’ateneo un tempo diretto da suo padre, grazie a un concorso al quale si è presentato un unico candidato: lui. Ora, in relazione al concorso e alla nomina, sono stati presentati un esposto all’Autorità nazionale anticorruzione e un documento firmato dall’attuale rettrice dell’Università di Verona, Chiara Leardini, che ha chiesto la sospensione dell’incarico affidato a Nocini per sospetti favoritismi.
Al centro delle perplessità, c’è la possibile violazione di una legge entrata in vigore il 1° gennaio 2011, promossa dall’allora ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, e nota come “riforma Gelmini”. Obiettivo dichiarato d
Si dice che la prima a indossare quell’abito sia stata la marchesa Luisa Casati Stampa, musa di pittori e regina indiscussa delle notti veneziane, icona eccentrica della Belle Époque che, ispirata da un incontro col poeta Gabriele D’Annunzio, volle trasformare la sua vita in un’opera d’arte. Ma il Delphos seppe conquistare il cuore pure di altre grandi icone di quegli anni, come la danzatrice Isadora Duncan e le attrici Eleonora Duse e Sarah Bernhardt.
Nato dalla collaborazione tra il pittore spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo e sua moglie, la stilista francese Henriette Negrin, l’abito Delphos vide la luce nel 1909. A ispirare la sua creazione, una scoperta fortuita. Qualche anno prima, nel 1896, dagli scavi del santuario di Apollo a Delfi, nella Grecia centrale, era emersa la statua di un auriga, capolavoro in bronzo dello stile severo.
Il Delphos era un abito rivoluzionario, e conquistò
“I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”, scriveva Marcel Proust. Non è un caso che una delle più celebri definizioni del concetto di nostalgia venga proprio dal grande scrittore francese. Come dimenticare la sua madeleine, quel piccolo dolce, che, come una chiave segreta, era capace di spalancare, di colpo, le porte del passato? Il paradiso, per Proust, non è un luogo fisico o un momento concreto, ma una costruzione della memoria, che trasfigura il passato e lo rende più dolce, più intenso, più puro di quanto non sia stato davvero.
La nostalgia ci attende tra le righe di una lettera dimenticata in un cassetto, nell’odore della pioggia di settembre, nelle note di una melodia che scende da una finestra aperta. Un vento fresco sulla pelle, il profumo di un’estate lontana. È il corpo, prima ancora della mente, a ricordare.
La madeleine di Proust è un sapore che diventa epifania.