Stanchi della crisi economica, dell’inflazione in crescita, e di una sinistra corrosa da velenose rivalità, gli elettori boliviani hanno scelto di voltare pagina. Lo scorso 17 agosto, al primo turno delle elezioni presidenziali, avevano bocciato il candidato del Movimento per il Socialismo, il partito del carismatico ex presidente Evo Morales, per scommettere sulla destra. Quella moderata di Rodrigo Paz, candidato del Partido Demócrata Cristiano, che aveva ottenuto il 32% delle preferenze. E quella, più radicale, del candidato della coalizione Alianza Libre, Jorge Quiroga, che aveva conquistato la fiducia del 26,7% dei votanti.
Nel ballottaggio di domenica scorsa, è stato Rodrigo Paz a prevalere, conquistando la presidenza con il 54,6% dei voti. Succederà ufficialmente l’8 novembre a Luis Arce, e il suo mandato rappresenterà una netta discontinuità rispetto a vent’anni di socialismo. La nuova pagina auspicata dagli elettori.
Arrivato al potere nel 2006, Evo Morales aveva avviato una netta svolta a sinistra: nazionalizzazione delle risorse energetiche, alleanze con Cuba e Venezuela, un marcato distacco dagli Stati Uniti. Acqua passata, ora. “Dobbiamo aprire la Bolivia al mondo e ripri
La tensione tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein — segretaria del Partito Democratico, la principale forza d’opposizione — ha trovato, qualche giorno fa, un nuovo palcoscenico.
Teatro dello scontro, la città di Amsterdam, che la scorsa settimana ha ospitato il congresso del Partito Socialista Europeo. Dall’Olanda, Schlein ha lanciato un attacco frontale alla premier, accusando il governo Meloni di voler “smantellare la sanità e la scuola pubblica”.
Ma è in riferimento alle libertà democratiche che la leader del PD ha affondato il colpo più duro: “La libertà di parola e la democrazia sono a rischio quando l’estrema destra è al governo”, ha dichiarato. Nel suo intervento, Schlein ha collegato implicitamente un recente attentato esplosivo subito dal conduttore del programma televisivo d’inchiesta Report — il giornalista Sigfrido Ranucci, rimasto fortunatamente illeso — a un clima di odio alimentato, a suo dire, dalla destra al potere.
La replica della premier non si è fatta attendere. Con un post tagliente sui social, Meloni ha bollato le parole di Schlein come “puro delirio”. “Vergogna, Elly Schlein: vai in giro per il mondo a diffondere falsità e gettare ombre inaccettabili sulla Nazione
Quel giorno, in quel momento, Lucia Cecere non avrebbe dovuto essere lì, alla scrivania dell’ufficio informazioni della nave da crociera Achille Lauro. Si era da poco laureata in lingue arabe, con una tesi sulla poetessa palestinese Fadwa Tuqan, ed era stata assunta come hostess per accompagnare i turisti nelle escursioni a terra. Ma all’ultimo momento, quel giorno, aveva dovuto sostituire una collega, e rimanere a bordo. Era il 7 ottobre 1985 e il destino aveva riservato per lei un ruolo importante. “Vidi un ragazzo con un’arma. Pensai che fosse un operaio della nave un po’ su di giri, con un fucile da tiro al piattello, ma mi accorsi che non sorrideva. Puntò l’arma contro di me e mi ordinò di raggiungere gli altri in sala ristorante. Lì, c’era il pandemonio: gente che piangeva, tremava, pregava”, ha raccontato in una recente intervista al Corriere della Sera.
Il ragazzo che si era avvicinato a Lucia faceva parte di un gruppo armato formato da quattro uomini, appartenenti al Fronte per la Liberazione della Palestina, un’organizzazione paramilitare all’epoca guidata da Muhammad Zaydan, meglio conosciuto col suo nome di battaglia: Abu Abbas. Il gruppo ordinò al comandante della nave
È facile passare oggi davanti a Palacio Delucchi, e non notarlo. Tutta colpa di quella facciata grigia, polverosa, che lo fa sembrare un cupo gigante addormentato. Ma oltre quell’apparenza spenta, si cela un segreto, un tesoro sfavillante, pieno di luce e colore. “Le apparenze ingannano”, recita un antico proverbio.
Situato all’incrocio tra la calle San José e la calle Paraguay, nel Barrio Sur di Montevideo, Palacio Delucchi è un edificio imponente, una delle costruzioni più eleganti e rappresentative dell’epoca della Belle Époque uruguayana.
Uno spazio ricco e accogliente, articolato intorno a un grande giardino d’inverno coperto da un ampio lucernario. Marmi policromi, cristalli, legni pregiati, stucchi e ferro battuto. Materiali importati, in gran parte, dall’Europa. Le scale principali, in marmo di Carrara, conducono ai piani superiori, dove si trovano sale da ricevimento, camere da letto e ambienti di rappresentanza, tutti riccamente decorati.
L’edificio fu costruito a partire dal 1898, per volere di Paolo Delucchi, un immigrato italiano di origini liguri giunto in Sud America nella seconda metà del XIX secolo.
Delucchi era un uomo intraprendente e visionario. Negli anni, si affer
Questo 2025 è un anno importante per la casa di moda Bottega Veneta, che festeggia il 50° anniversario dell’intrecciato, uno speciale metodo di lavorazione che consiste nel tessere a mano sottili strisce di pelle in un motivo diagonale, creando superfici morbide e flessibili. Una tecnica che ha reso la maison famosa nel mondo, diventando un simbolo e un codice visivo riconoscibile ovunque. Per celebrare questo traguardo, il celebre brand, fondato nella città veneta di Vicenza nel 1966, ha lanciato una campagna dal titolo eloquente: Craft is Our Language.
Una campagna che vuole essere un manifesto culturale. Bottega Veneta, da sempre sinonimo di eleganza discreta e qualità, sceglie di mettere al centro del suo racconto la fisicità e la pazienza dell’artigianato. Il gesto dell’intrecciare la pelle diventa così un linguaggio universale che parla di cura, dedizione, tempo.
La campagna coinvolge artisti, fotografi e designer, mettendo in luce la bellezza delle cose fatte a mano. Una bellezza che appare come un atto di resistenza alla fretta di quest’epoca, un invito a rallentare il passo, per riconoscere le cose autentiche e preziose della vita.
Vedendo su una rivista le immagini della cam