Domenica 31 agosto, un terremoto di magnitudo 6 della scala Richter ha colpito l’Afghanistan orientale. L’epicentro del sisma è stato rilevato a circa 27 chilometri dalla città di Jalalabad, non lontano dal confine con il Pakistan. Il terremoto ha colpito una zona isolata, rurale e montuosa, il che ha reso oltremodo difficili le operazioni di soccorso. Le fragili case della popolazione locale non hanno retto alla violenza della scossa, crollando su se stesse e seppellendo intere famiglie. Morti e feriti si contano a centinaia, anche perché alla prima scossa si sono susseguite due forti scosse di assestamento il 2 e 4 settembre.
Ma a rendere ancora più tragica — assurdamente tragica — la situazione, c’è un altro fatto.
Molte donne ferite sono state abbandonate all’agonia, ignorate dai soccorritori perché le rigidissime norme sociali imposte dal regime talebano proibiscono il contatto diretto tra uomini e donne non appartenenti alla medesima famiglia.
Come raccontava il New York Times in un articolo pubblicato lo scorso 4 settembre, nel villaggio di Andarluckak, nella provincia di Kunar, una squadra dei soccorritori (interamente composta da uomini) ha fornito cure mediche a uomini e
Ricordo bene l’emozione che provavo ai tempi della scuola, a settembre, quando veniva il momento di comprare i libri per il nuovo anno scolastico. Ricordo l’attesa e la curiosità. Il profumo e il peso della carta, quel peso piacevole e pieno di avventure e promesse. Ricordo pure la bellezza di alcune copertine. Quella dell’antologia di lettura della prima elementare annunciava l’avvento degli anni 80, ed era declinata nelle sfumature del verde e dell’arancio. Quella del manuale di francese portava orgogliosa i colori della bandiera nazionale: bianco, rosso, e blu. Il manuale di storia dell’arte della terza liceo sfoggiava in copertina le curve ardite della Cappella di Notre-Dame du Haut di Le Corbusier, simbolo della sperimentazione del Novecento. Non ho mai buttato, né venduto, uno solo di quei libri. Oggi riposano tranquilli nella casa dove sono cresciuta, in una bella biblioteca dalle porte di vetro fumé.
All’epoca, i libri di scuola avevano un prezzo normale, accessibile. Ma le cose, da allora, a quanto pare, sono cambiate.
Un’indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sul settore dell’editoria scolastica ha recentemente confermato una co
Quella foto la conoscevo già. Ma dal giorno della sua scomparsa, avvenuta lo scorso 4 settembre, a Milano, l’ho rivista un po’ ovunque, dai giornali alle reti sociali. Non c’è da stupirsi. È un’immagine potente. Era l’aprile del 1982, e la rivista statunitense Time dedicava a Giorgio Armani la sua copertina, giocando con la magia dell’assonanza: Giorgio’s Gorgeous Style. Erano passati due anni dal successo di American Gigolò, un film che vedeva un giovane Richard Gere elegantissimo, negli abiti disegnati per lui dallo stilista italiano. Quella sinergia avrebbe aperto a Giorgio Armani le porte del cinema e della TV (come dimenticare la meravigliosa eleganza di Sonny Crockett in Miami Vice?). Un anno dopo la consacrazione di Time, nasceva a Milano, in via Sant’Andrea, la prima boutique Giorgio Armani. Nasceva, pure, il mito eterno di “Re Giorgio”. Un mito che vedeva al centro l’amore per i tessuti e il colore, la ricerca nelle infinite possibilità della forma. Un’eleganza morbida e pulita. Inimitabile.
La Milano degli anni 80, iperattiva ed edonista, sarebbe stata il palcoscenico perfetto per l’alta moda italiana. In questi giorni, ho rivisto, più volte, un’altra indimenticabile fot
L’immagine è stata pubblicata sul New York Times il 2 settembre, ed è davvero impressionante. La nave da crociera — gigante, due rosse labbra carnose dipinte sulla prua — sembra voler divorare lo spazio circostante. Il piccolo molo a fianco del quale è ormeggiata, l’edificio razionalista color crema che ospita la stazione marittima, persino il palo dell’illuminazione pubblica… tutto, a confronto, appare infinitamente piccolo. Sulle strisce pedonali sfila un’umanità assorta: un ragazzino con occhiali dalla montatura rotonda, un giovane in shorts a quadri e cappellino da baseball, una donna fasciata in un abito leggero color albicocca. Turisti appena scesi dalla nave?
Da qualche anno a questa parte, le rive di Trieste, in una qualunque mattina d’estate, appaiono così. Invase da una folla di passaggio. Molti, fatti pochi passi, si siederanno a bere qualcosa al Caffè degli Specchi, nella splendida cornice di piazza Unità d’Italia. Altri gireranno a destra, e passeggeranno, per un po’, per le strette vie di Cavana, antico quartiere di pescatori e marinai, oggi tempio della movida commerciale. I più avventurosi andranno a visitare piazza Barbacan e l’Arco di Riccardo, un’antica porta rom
A un anno dalle Olimpiadi di Parigi, le ragazze della squadra nazionale italiana di pallavolo festeggiano ora un nuovo trionfo, con l’oro vinto, lo scorso 7 settembre, ai Campionati del mondo di pallavolo femminile 2025. Ma se a Parigi, l’estate scorsa, l’Italia aveva dominato il torneo olimpico dall’inizio alla fine, vincendo facilmente quarti, semifinale e finale, ai Mondiali di Bangkok, in Thailandia, il percorso è stato più impegnativo.
La nazionale italiana ha dovuto lottare parecchio, sia contro il Brasile, in semifinale, che nella finale contro la Turchia. Due partite che si sono concluse entrambe al quinto e decisivo set, dopo diversi momenti di preoccupazione.
Il successo della squadra italiana, guidata dal commissario tecnico Julio Velasco, è frutto di un percorso straordinario, caratterizzato da 36 vittorie consecutive.
Molti commentatori, ora, tra i fattori determinanti della vittoria, citano il forte spirito di gruppo della squadra. L’unione e la sintonia. Quel che è certo è che, per superare due squadre forti come la brasiliana e la turca, le ragazze della nazionale hanno dovuto attingere a tutte le loro risorse, fisiche e mentali.
“Il nucleo principale di questa genera