Il 21 aprile, poco dopo la diffusione della notizia della morte di Papa Francesco, il quotidiano argentino Página12 pubblicava una bella serie di fotografie. “Le immagini che hanno segnato il papato di Francesco”, scriveva il giornale nel presentare la selezione. Ad aprire la sequenza, un’immagine del 13 marzo 2013: Jorge Bergoglio appena eletto papa, intento a salutare la folla dal balcone di un palazzo vaticano, sorridente e circondato dall’applauso dei cardinali. Poi, una rosa di immagini: Francesco durante un intervento al palazzo dell’ONU di New York… durante un discorso in piazza San Pietro, davanti a una platea oceanica… Francesco tra la folla che lo saluta… Francesco che, facendo onore a un’abitudine molto argentina, sorseggia del mate…
E poi, c’era quella foto nella metropolitana di Buenos Aires. Intima. Magnetica. Potente, nella sua semplicità. Nella foto, scattata nella primavera australe del 2008, vediamo Jorge Bergoglio seduto sul sedile di legno di una di quelle carrozze, prodotte all’inizio del secolo scorso dalla società belga La Brugeoise, che all’epoca correvano ancora sulla linea A. Manca ancora qualche anno all’Habemus Papam che metterà per la prima volta un card
La foto, scattata nella sontuosa cornice della basilica di San Pietro prima dell’inizio del funerale di Papa Francesco, è un’immagine che passerà alla storia. Per la sua potenza espressiva, per il suo significato politico, e perché unisce due uomini che negli ultimi mesi sono stati tutt’altro che in sintonia.
Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Di nuovo insieme. I due leader siedono, uno di fronte all’altro, su due esili sedie di metallo coperte di broccato rosso. Si guardano dritto negli occhi, come due studenti intenti a scambiarsi delle confidenze in una pausa tra due lezioni. Dietro a loro, in secondo piano, un sacerdote in abito talare accosta una sedia alla parete della navata, come un bidello intento a fare un po’ d’ordine in un corridoio deserto.
Nell’informalità del momento, vibra una nota surreale che contrasta con la magnificenza del luogo. Con le imponenti colonne di marmo pregiato e le eleganti geometrie policrome del pavimento. Il dialogo è pacato. Il linguaggio corporeo dei due leader, così diverso da quello dell’amaro incontro dello scorso 28 febbraio alla Casa Bianca, fa sperare nella possibilità di una trattativa di pace più equilibrata, meno tragica e avvilente per
Firenze vanta un consolato statunitense dal lontano 1819. Il palazzo che attualmente ospita la sede diplomatica — Palazzo Calcagnini, sul Lungarno Vespucci — incarna un elegante esempio di architettura eclettica. La bella facciata color crema dell’edificio, eretto alla fine del XIX secolo, sfoggia un’interpretazione in chiave ottocentesca degli stilemi classici del Rinascimento fiorentino. Archi, fregi, lesene… e quel bugnato al piano terra, così simile a quello di Palazzo Pitti. O a quello di Palazzo Medici Riccardi, l’edificio dove visse, tra gli altri, Lorenzo il Magnifico.
Ora, forse, per Palazzo Calcagnini è giunta l’ora di voltare pagina. Da qualche settimana, infatti, si parla di un imminente ridimensionamento del volume delle sedi diplomatiche statunitensi, soprattutto in Europa e Africa, nell’ambito del piano di tagli imposti dal Department of Government Efficiency di Elon Musk. E nel mirino, pare ci sia pure il consolato di Firenze.
In linea col clima di efficienza e austerity promosso da Musk, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una riorganizzazione ambiziosa per il ministero da lui diretto. “Negli ultimi 15 anni, il Dipartimento di Stato ha registrato una cre
Berenice Abbott. Diane Arbus. Dorothea Lange. Lee Miller. Imogen Cunningham. Vivian Maier. Tina Modotti. Sono questi, generalmente, i primi nomi che vengono in mente se si pensa alle grandi fotografe del Novecento. Una lista alla quale mancano spesso i nomi di due donne, due sorelle, nate a Trieste all’inizio del secolo: Wanda e Marion Wulz, discendenti di una dinastia fotografica che aveva abitazione e studio in un bel palazzo in stile neoclassico, nella centralissima Contrada del Corso.
Grazie al talento dei suoi protagonisti, lo studio fotografico Wulz divenne un punto di osservazione privilegiato sulle tensioni e le metamorfosi del Novecento. Progresso sociale, conflitti, fermenti culturali.
Fondato da Giuseppe Wulz nel 1868 e poi sviluppato dal figlio Carlo, fu con le nipoti Wanda e Marion che l’atelier fotografico raggiunse nuove vette artistiche e si consolidò definitivamente come un osservatorio sociale privilegiato, soprattutto in merito all’emancipazione femminile nel campo della creazione e della sperimentazione artistica.
Giuseppe Wulz, formatosi alla scuola del fotografo Wilhelm Friedrich Engel, aprì il suo studio specializzandosi in ritratti e vedute, testimoniando con o
La scena viene catturata da una telecamera attivata dal movimento, ed è affascinante, nel suo esotismo. Il sole filtra tra i rami di una radura nella lussureggiante foresta del parco nazionale Cantanhez, nella Guinea-Bissau, creando riflessi e giochi di luce danzanti. Copre la terra un tappeto di foglie secche sul quale, sparsi qua e là come anfore dimenticate dopo un naufragio, giacciono grossi frutti dalla buccia marrone chiaro. I frutti dell’albero del pane. Da sinistra, entra in campo uno scimpanzé. Un altro arriva da destra. I due si scrutano, avanzano e indietreggiano, impegnati in una strana danza, un breve duello inoffensivo. A poco a poco, la radura si popola. Ad attrarre gli scimpanzé sono quei grossi frutti tondeggianti. La loro polpa, di colore giallo pallido, è morbida, cremosa. L’odore, pungente, è quello della fermentazione.
Come racconta il Guardian citando un articolo pubblicato sulla rivista Current Biology lo scorso 21 aprile, a collocare la telecamera nella radura è stato un team di ricercatori dell’Università britannica di Exeter, da tempo impegnati in una ricerca sul comportamento degli scimpanzé delle foreste dell’Africa occidentale.
In ben 10 occasioni, i ric