Broken Record. Disco rotto. Un’espressione poco tecnica e molto d’impatto. Si intitola così il rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite, dedicato alle emissioni inquinanti. Presentato in conferenza stampa il 20 novembre, 10 giorni prima della Cop28, il rapporto è stato accompagnato dalle parole inequivocabili del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.
“Il rapporto”, ha detto Guterres, “mostra che il divario di emissioni è più che altro un canyon. Un canyon disseminato di promesse non mantenute, vite distrutte e record infranti”.
Un’altra metafora d’impatto per dire che, alla fine, gli allarmi sull’emergenza climatica rimangono costanti. A cambiare sono le strategie di negazione, gli impegni rimandati e disattesi… i dati che certificano le conseguenze e la cronaca dei disastri che si abbattono in ogni parte del mondo.
Il rapporto prevede che nel 2030 le emissioni a livello globale saranno superiori di 22 gigatonnellate rispetto al limite di 1,5 gradi. È con queste premesse che ci si è avvicinati alla Cop28, sulla cui vigilia è piombata anche un’inchiesta della BBC e del Centre for Climate Reporting. Secondo alcuni documenti trapelati, gli Emirati Arabi avrebbero
Lo scorso 16 settembre l’uragano Lee si è abbattuto sul New England, in particolare sull’isola di Long Island, e nella regione canadese della Nuova Scozia. Circa una settimana prima, nel giro di ventiquattr’ore, da tempesta tropicale, Lee era diventato un uragano di categoria 5, la più alta possibile, lo stesso picco raggiunto nel 2005 dall’uragano Katrina.
Come sempre, quando c’è di mezzo un uragano, si è cercato di prevedere dove avrebbe colpito. I meteorologi, come moderni oracoli, hanno analizzato dati ed elaborato modelli, lavorando con un margine di circa 10 giorni.
In questo caso, le previsioni erano tre, molto diverse quanto alle possibili conseguenze. Lee avrebbe potuto puntare alle aree popolose del Nord-Est americano, oppure evitarle del tutto. La terza previsione, rivelatasi esatta, indicava invece Long Island come il punto in cui Lee avrebbe colpito, molto più a nord e lontano da zone densamente popolate.
A formulare la previsione esatta non è stato un meteorologo che ha ricevuto complimenti e pacche sulle spalle dai colleghi. È stato GraphCast, il software sperimentale di DeepMind, l’unità di intelligenza artificiale di Google. Se ne parliamo, a distanza di oltre due me
Nel mondo sportivo è nota come “insalatiera”. Un termine che nessuno vorrebbe mai associare a un premio ambito. Se però seguite il tennis, saprete sicuramente che “l’insalatiera” in questione è la Coppa Davis, ovvero la più importante competizione a squadre nazionali del tennis maschile. Dal 1900 a oggi, ogni anno, le migliori nazionali al mondo si sfidano per alzare al cielo “l’insalatiera”.
Se storicamente questo onore è toccato soprattutto agli Stati Uniti, vincitori per ben 32 volte, nella finale che si è giocata il 26 novembre a Malaga, in Spagna, a festeggiare è stata l’Italia. Una vittoria forse inaspettata, di certo entusiasmante.
Guidata dal campione Jannik Sinner, l’Italia si è imposta nella finale sull’Australia, collezionando la sua seconda vittoria nella storia di questa competizione. Sinner, numero quattro nella classifica dei migliori tennisti, ha guidato i suoi compagni di squadra come un leader e un campione vero.
Nella finale è stata sua la partita decisiva, il due a zero arrivato dopo la vittoria di Matteo Arnaldi contro Alex de Minaur. Ma, prima ancora, Sinner aveva trascinato i suoi nella semifinale contro la nazionale favorita. Parlo, naturalmente, della Serbia
Rai e Mediaset, Mediaset e Rai. La guerra di ascolti della TV italiana si combatte da decenni attorno a questo duopolio. Da una parte, la Rai, ovvero il servizio pubblico. Dall’altra, Mediaset, il gruppo della famiglia Berlusconi che controlla le tre principali reti generaliste del settore privato: Canale 5, Rete 4 e Italia 1.
Poiché sulla Rai la politica esercita una certa influenza, a ogni cambio di maggioranza parlamentare, e di governo, c’è sempre attesa per le nomine dei vertici del servizio pubblico. Dal consiglio di amministrazione ai direttori dei telegiornali, passando per i nuovi arrivi tra i conduttori… si cerca di capire che aria tirerà.
L’attuale maggioranza di governo, guidata da Giorgia Meloni, non ha fatto differenza. Tra l’insoddisfazione di diversi conduttori eccellenti e qualche addio importante, come Fabio Fazio, la Rai attuale è stata accusata di voler puntare più all’egemonia culturale che alla qualità. Tanto che dalle voci più critiche è arrivata per la Rai l’etichetta di “Tele-Meloni”.
Poiché i numeri contano molto più delle polemiche, a più di un anno di distanza dall’insediamento del governo, possiamo fare un primo bilancio. Come sta andando la guerra di as
Tra gli status symbol degli italiani c’è da sempre l’automobile. Se i grandi marchi come Ferrari e Lamborghini hanno alimentato il mito dei bolidi di lusso, è diffuso in ogni strato della popolazione il desiderio di possedere un’auto, fosse anche una piccola utilitaria di seconda mano.
Espressione per eccellenza di questa fascinazione è la cosiddetta “auto della domenica”: l’automobile da esibire nei fine settimana, o nelle occasioni importanti. Non stupisce, quindi, che in Europa gli italiani siano tra i maggiori possessori di automobili in rapporto alla popolazione.
Le cose cambiano radicalmente, però, quando si parla del codice stradale. Uno stereotipo vuole gli italiani piuttosto disinvolti quanto a regole e norme. E gli automobilisti non fanno eccezione. A confermare lo stereotipo c’è infatti una recente ricerca commissionata dall’ANAS, la società che gestisce le principali infrastrutture stradali del Paese.
I risultati della ricerca parlano chiaro. Il 64% dei guidatori non usa la freccia né per i sorpassi, né per i rientri, mentre quasi il 40% non rispetta le distanze di sicurezza. E, a proposito di sicurezza, ogni dieci guidatori… uno dimentica di allacciare la cintura.
Il d