Oltre a seminare immenso dolore nelle popolazioni colpite dalla violenza bellica, la guerra che in Medio Oriente vede contrapposti lo Stato israeliano e il gruppo islamista palestinese Hamas presenta numerosi effetti collaterali.
Tra questi, c’è il calo di popolarità di Joe Biden nei sondaggi sulle intenzioni di voto. A dirlo, lo scorso 5 novembre, il New York Times, fonte autorevole ed esplicitamente vicina, politicamente, alle posizioni del Partito Democratico.
Un sondaggio realizzato lo scorso ottobre dal giornale newyorkese, in collaborazione con il Siena College, ha rivelato un preoccupante svantaggio dell’attuale inquilino della Casa Bianca in cinque Stati-chiave. Stati considerati, metaforicamente, campi di battaglia decisivi in relazione alla sfida presidenziale del 2024. Lì, una percentuale considerevole di intervistati ha affermato di preferire Donald Trump a Biden in materia di economia, politica estera e immigrazione.
Le risposte dei partecipanti al sondaggio, scrive il New York Times, mostrano Biden in svantaggio rispetto a Trump — con un margine compreso tra quattro e dieci punti percentuali — in Arizona, Georgia, Michigan, Nevada e Pennsylvania.
Un po’ generica la prim
“Vovan e Lexus”. Due nomi che la premier Giorgia Meloni non dimenticherà facilmente. I due — russi, ex giornalisti — negli ultimi anni sono diventati famosi presentandosi come comici indipendenti, con una specialità: quella degli scherzi telefonici a politici e personalità del mondo dell’economia e della cultura.
Mercoledì 1 novembre, Vovan e Lexus hanno diffuso la registrazione di una delle loro ‘performance’: un dialogo telefonico, avvenuto il 18 settembre, con la presidente del Consiglio. Per avviare la conversazione con Giorgia Meloni, uno dei due comici ha finto di essere Moussa Faki, ex primo ministro del Ciad e attuale presidente della Commissione dell’Unione africana.
Nel corso dell’interazione, Meloni e il suo interlocutore parlano affabilmente, in inglese, di vari argomenti di attualità, dai flussi migratori del Mediterraneo alla guerra che vede impegnate Russia e Ucraina.
In merito al tema delle migrazioni, Meloni afferma che la situazione dell’Italia è “molto difficile, da tutti i punti di vista: umanitario, logistico e di sicurezza”. La premier ipotizza pure un aumento degli arrivi sulle coste italiane nei prossimi mesi, alludendo all’instabilità che affligge diversi paes
Una riforma nel nome della “stabilità” e del “diritto dei cittadini a scegliere da chi farsi governare”. “La madre di tutte le riforme”. Con queste parole altisonanti, Giorgia Meloni ha presentato un progetto di riforma costituzionale particolarmente caro al suo governo. Una rivoluzione capace di ridisegnare gli equilibri della Repubblica.
Che la destra volesse rafforzare il ruolo del presidente del Consiglio, lo si sospettava da tempo. Ora, è ufficiale. Venerdì 3 novembre, il Consiglio dei ministri ha approvato, all’unanimità, un disegno di riforma costituzionale che prevede l’elezione del premier da parte del popolo. In altre parole: “l’elezione diretta” del premier.
Attualmente, l’architettura istituzionale italiana è organizzata in modo diverso. Quanto a forma di governo, l’Italia è una repubblica parlamentare. Nel sistema attuale, delineato nel testo costituzionale entrato in vigore il 1° gennaio 1948, il ruolo centrale va al Parlamento, eletto dal popolo. Il Parlamento elegge il presidente della Repubblica, una figura super partes, garante dell’unità nazionale. Tra i compiti del presidente della Repubblica, come recita l’articolo 92 della Costituzione, c’è la nomina del presid
Non è la prima volta che le sirene della politica cercano di sedurlo. C’aveva provato, nel 2016, Virginia Raggi, allora candidata alla carica di sindaco alle elezioni amministrative romane per il Movimento 5 Stelle. Allettante, il ruolo offerto. Assessore alla Cultura. Lui, però, aveva rifiutato, preferendo fare il professore.
Ma lo storico dell’arte fiorentino Tomaso Montanari non è certo un uomo che ami passare inosservato, e stare dietro le quinte. Membro del Comitato scientifico della Galleria degli Uffizi; docente universitario esperto in arte europea barocca e moderna; autore di saggi; collaboratore giornalistico; creatore di programmi televisivi dedicati a Bernini, Caravaggio, Vermeer e Velázquez. A questa lunga lista, si sono aggiunti, negli ultimi anni, due nuovi ruoli. Quello di ospite in diversi talk show e quello, più istituzionale, di rettore dell'Università per stranieri di Siena.
Ora, le elezioni amministrative di Firenze si profilano all’orizzonte. Tra le altre cose, bisognerà scegliere un nuovo sindaco. E il mondo della politica — questa volta, nella persona dell’ex premier Giuseppe Conte, oggi leader del Movimento 5 Stelle — bussa nuovamente alla porta di Tomaso Mo
È un’opera ambiziosa, C’è ancora domani, il film che ha proposto al pubblico quest’autunno l’attrice Paola Cortellesi, per la prima volta nei panni di regista. Un’opera che, come ha detto la stessa Cortellesi, è il frutto di due lunghi anni di lavoro.
Un lavoro che, ora, sta regalando grandi soddisfazioni. Lo scorso 18 ottobre, C’è ancora domani ha aperto la diciottesima edizione della Festa del cinema di Roma, dove ha ricevuto una serie di riconoscimenti: premio del pubblico, premio speciale della giuria, menzione speciale come migliore opera prima. A completare il successo dell’opera, c’è ora l’entusiasmo del pubblico. La pellicola, nelle sale dallo scorso 26 ottobre, è già il film italiano più visto dell’anno.
A spiegare tanto successo, a mio avviso, ci sono due elementi. Un fattore legato alla cronaca: il film parla infatti di un argomento — la violenza domestica — molto sentito in un anno insanguinato da un gran numero di femminicidi. E un fattore di tipo culturale: il grande fascino che esercita sul pubblico, ancora oggi, la tradizione cinematografica neorealista. L’indelebile ricordo di film come Roma città aperta, Palma d’oro a Cannes nel 1946, o La terra trema, Leone d’oro