Lo ricordate il 2011, l’anno della ‘primavera araba’? Quell’espressione tanto amata dai media evocava, con romantica nostalgia, due mitici fenomeni insurrezionali del passato. La ‘primavera dei popoli’, un fuoco di insofferenza agli eccessi dell’assolutismo monarchico che infiammò l’Europa nel 1848, e la ‘primavera di Praga’, ribellione fallita, schiacciata dal grigio peso dei carri armati dell’impero sovietico, nel 1968.
Anche le masse della primavera araba, dall’Africa al Medio Oriente, protestavano contro gli abusi e la corruzione della classe al potere, un’oligarchia indifferente alle miserie del popolo. Volevano un cambiamento. Volevano diritti e libertà, e una base economica per costruire un futuro degno.
Emblematico, il caso dell’Egitto. Al Cairo, nel gennaio del 2011, l’immensa e rotonda piazza Tahrir è il centro delle proteste. Si guarda alla Tunisia, dove una rivolta ha cacciato dal palazzo presidenziale il tiranno Ben Ali, che ha lasciato il paese per rifugiarsi in Arabia Saudita. Il 25 gennaio, la scintilla. Venticinquemila persone, tantissimi giovani, insorgono contro il generale Mubarak, il presidente-dittatore che è al potere da quasi trent’anni, dall’ottobre del 1981.
Sabato 21 ottobre, l’Italia ha ripristinato i controlli alla sua frontiera nord-orientale, tra la regione del Friuli-Venezia Giulia e la Slovenia. Una misura che “si è resa necessaria per l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, l’aumento dei flussi migratori lungo la rotta balcanica, e soprattutto per questioni di sicurezza nazionale”, ha scritto Giorgia Meloni sui suoi canali social, assumendosi “la piena responsabilità” della decisione. Concretamente, l’Italia, nella sua frontiera con la Slovenia, ha sospeso — per un periodo di dieci giorni, rinnovabile fino a sei mesi — l’applicazione del trattato di Schengen.
Di “rotta balcanica”, uno dei principali canali di passaggio dei flussi migratori che, dall’Asia e dal Medio Oriente, hanno come obiettivo l’Unione europea, si è parlato molto in questi ultimi anni. Soprattutto all’epoca della massiccia crisi migratoria che travolse l’Europa nel 2015, un fenomeno legato, in gran parte, agli orrori della guerra civile siriana. “Il flusso di migranti, in Europa, ha raggiunto nuovi, drammatici livelli, occupando le prime pagine dei giornali e provocando accesi dibattiti politici. La rotta principale si è spostata dai pericolosi attrav
Donald Tusk si era preparato da tempo per la sfida elettorale dello scorso 15 ottobre. Dopo un periodo ai vertici delle istituzioni europee — dal 2014 al 2019, è stato presidente del Consiglio europeo —, aveva deciso di concentrarsi, nuovamente, sul suo paese, la Polonia. Nel luglio del 2021, in vista delle legislative del 2023, aveva ripreso la guida di Piattaforma Civica, il partito europeista liberale che tanti anni prima, nel 2001, aveva contribuito a fondare.
“Sono tornato per sconfiggere il male provocato alla Polonia dal governo di Kaczyński,” aveva detto, all’epoca, Tusk, in un emozionato intervento nel corso di un evento partitico a Varsavia.
Tusk si riferiva a Jarosław Kaczyński, presidente del partito Diritto e Giustizia, la formazione nazionalista e illiberale, che, al governo dal 2015, ha progressivamente trasformato la Polonia in un paese autoritario, soffocando l’indipendenza dei media e i diritti civili, soprattutto quelli di donne e omosessuali, e limitando fortemente l’autonomia del sistema giudiziario. Una deriva criticata da Tusk come, oltre che riprovevole, lesiva del prestigio internazionale della Polonia.
Per vincere questa battaglia, per attivare l’opinione pu
È una storia che potrebbe ingolosire uno sceneggiatore televisivo in cerca di idee quella che vede protagonisti alcuni dipinti della collezione d’arte del defunto Gianni Agnelli, per anni principale azionista e amministratore al vertice dell’impresa automobilistica FIAT, nonché senatore e uomo di grande eleganza e carisma, potente icona di stile del Novecento italiano.
Al centro della vicenda — oltre ad alcune opere di inestimabile valore, realizzate da alcuni fra i più celebri artisti europei del secolo scorso —, un conflitto feroce tra gli eredi di Gianni Agnelli, scomparso nel 2003. Una vera faida familiare. Da una parte, la figlia Margherita. Dall’altra, in un gruppo compatto, i tre nipoti del defunto: Ginevra, John e Lapo, figli di Margherita e dello scrittore Alain Elkann.
La lotta, iniziata qualche anno fa, si è fatta, col tempo, sempre più accesa, e riguarda i beni, mobili e immobili, di Gianni Agnelli e sua moglie Marella Caracciolo, morta nel 2019, ma anche il controllo di varie società.
Nella sua strategia legale, Margherita sostiene di essere stata vittima di una serie di stratagemmi ideati dalla madre Marella, e dai suoi consulenti, al fine di escluderla dall’eredità fam