Nell’Europa del post-Brexit, la vittoria italiana di domenica 11 luglio al Campionato europeo di calcio UEFA si colora di un significato simbolico, quasi politico. Già la settimana scorsa, alla vigilia del grande incontro, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, avevano fatto sapere che avrebbero tifato per l’Italia. Col passare dei giorni, poi, molte altre voci si erano unite a loro.
A dire il vero, qui in Italia, prima dell’inizio del campionato, pochi, tra i non addetti ai lavori, avrebbero scommesso su una vittoria degli Azzurri. Nella memoria collettiva bruciava ancora la delusione della Coppa del mondo 2018, per la quale la nostra nazionale non si era nemmeno qualificata.
Alla vigilia del torneo, Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della squadra, aveva pubblicato sul suo profilo Instagram un messaggio rivolto al paese. “Sappiamo che le nostre partite saranno un momento di unione. Un momento di gioia che, per un attimo, ci farà dimenticare l’anno appena trascorso. Per questo, scenderemo in campo con la spensieratezza di quando si è ragazzini e si comincia a giocare a calcio, ma anche con la resp
Erano davvero affranti i miei amici sudamericani lunedì 5 luglio, al diffondersi della notizia della morte di Raffaella Carrà. Col passare delle ore, le loro reti sociali si colmavano di commozione, di malinconia infinita. Chi pubblicava il video di un programma televisivo degli anni ‘80. Chi una fotografia. Chi la citazione di una frase celebre. Lei, Raffaella, era lì, viva e palpabile, in ogni ricordo, in ogni lacrima. In ogni intimo pensiero.
Diva dello spettacolo conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, nei paesi di cultura latina — dall’Italia alla Spagna, all’America del Sud — Raffaella Carrà era molto più di una star amatissima. Era un’icona culturale, un fenomeno sociale. L’energica portatrice di un messaggio di libertà ed emancipazione femminile. Una vera pioniera, all’epoca.
“La vita è una partita a carte, e a me piace avere il mazzo in mano”, diceva, nel febbraio del 2019, alla rivista Vanity Fair. “Ha vinto?”, le aveva chiesto il giornalista che la intervistava. Sincera e illuminante la risposta: “Me la sono giocata. A volte ho pagato un prezzo e altre mi è andata bene, ma non posso dire di non essermi divertita”.
Eclettica e inossidabile. Irresistibile. Pop, samba, s
Le gambe leggermente divaricate, le braccia conserte. Fiera e volitiva nel suo abito a fiori dall’ampio colletto bianco, Carla Accardi sorride, e ci guarda dritto negli occhi. Non c’è dubbio: è lei la protagonista assoluta di questo ritratto collettivo, scattato a Roma nel 1947. Attorno a lei, sei ragazzi, gli altri membri del Gruppo Forma 1, stelle nascenti dell’astrattismo italiano.
Si è conclusa lo scorso 27 giugno la bella mostra monografica che il Museo del Novecento di Milano ha voluto dedicare a Carla Accardi, una delle menti più fervide e innovative della pittura italiana del secolo scorso.
Siciliana, Carla, dopo il liceo classico, studia all’Accademia di Belle Arti di Palermo, per poi trasferirsi a Roma, nel ‘47. Ed è a Roma, all’Osteria Fratelli Menghi — mitico luogo di ritrovo per giovani intellettuali — che Carla conosce altre menti affini alla sua, artisticamente curiose e politicamente impegnate. Insieme, formano un gruppo che, pur con l’eco della guerra ancora nel cuore, saprà proiettarsi con slancio verso le sfide del futuro, tracciando nuovi desideri e nuovi obiettivi. Un gruppo che vedrà nel linguaggio astratto un veicolo espressivo d’elezione, l’unico possibile.
L
Janez Janša, l’attuale primo ministro della Slovenia, è abituato agli scontri frontali. La sua, in fondo, è sempre stata una vita vissuta sulle montagne russe. Nell’83, a 25 anni, scriveva per Mladina, rivista simbolo della sinistra indipendentista slovena, criticando aspramente l’Armata popolare di Jugoslavia, e attirandosi le ire dei gerarchi dell’ex repubblica socialista.
Dopo un periodo di ostracismo, nella seconda metà degli anni ‘80, Janša tornò al giornalismo d’opinione. E… ai conflitti. Nella primavera dell’88 venne arrestato, insieme ad altri colleghi, con l’accusa di aver diffuso illegalmente documenti aventi come oggetto segreti militari. Una tragica farsa, il processo. Agli imputati non venne nemmeno concesso un avvocato. Inizialmente condannato a 18 mesi di carcere, Janša riottenne la libertà dopo circa un terzo della pena. Poco dopo, divenne direttore della rivista Demokracija, un incarico, questo, che svolse fino alle elezioni parlamentari slovene dell’8 aprile 1990. Il 16 maggio di quell’anno, la svolta: con un notevole salto di livello, Janez Janša diventava il nuovo ministro della Difesa della Slovenia.
Da quel momento, la carriera politica di Janša — che, dal 199
“Ancora no… tra un paio di mesi, dai!”, diceva il presidente del Consiglio Mario Draghi ai giornalisti che gli chiedevano di posare accanto a Ursula von der Leyen senza mascherina. Per farsi scattare una foto senza l’accessorio che è diventato una presenza fissa nelle nostre vite, Draghi e von der Leyen avevano dovuto allontanarsi l’uno dall’altra, e posare, con un sorriso un po’ tirato, a circa due metri di distanza. Era il 21 maggio, e a Roma si svolgeva, in modalità per lo più virtuale, il Global Health Summit—un evento co-organizzato dalla Commissione europea e dall’Italia, che quest’anno detiene la presidenza di turno del G20.
L’allusione a un imminente addio alle mascherine, naturalmente, non era sfuggita a nessuno. Voleva Draghi, con quelle parole, lanciare un messaggio di speranza al pubblico? O il suo era solo un commento casuale, frutto della tensione del momento? Chissà, il punto è che, in Italia, non abbiamo dovuto attendere due mesi per abbandonare l’uso della mascherina chirurgica, almeno all’aperto.
Da lunedì 28 giugno, cadeva, infatti, nel nostro paese, l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto. Lo stabiliva un’ordinanza del ministero della Salute, la quale sta