Spaccato a metà. È così che si presenta ora il Perù, dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi lo scorso 6 giugno. Da una parte, Pedro Castillo, vincitore del ballottaggio con il 50,14% dei voti. Dall’altra, la sfidante, Keiko Fujimori, che ha conquistato 49,86% delle preferenze. Due visioni del mondo, due progetti politici agli antipodi. Castillo si è candidato alle elezioni con Perú Libre, una formazione populista che si ispira al marxismo-leninismo. Fujimori e il suo partito, Forza Popolare, promuovono un populismo di destra, di tipo liberista.
Anche dal punto di vista biografico i profili dei due avversari non potrebbero essere più distanti. Fujimori — figlia di Alberto, l’autocrata che governò il paese dal 1990 al 2000 — è cresciuta negli agi, a Lima, negli ambienti dell’élite conservatrice, e ha studiato all’estero, a Boston e a New York, specializzandosi in amministrazione d’azienda alla Columbia Business School. Pedro Castillo, docente rurale e leader sindacale, viene da una famiglia semplice. I suoi genitori, Mavila e Ireño, sono contadini. Ireño, nato 85 anni fa nella hacienda di una famiglia di ricchi latifondisti, ricorda bene il momento in cui, nel 19
“La democrazia è la forma di governo peggiore che esista, fatta eccezione per tutte le altre”, amava dire Winston Churchill, con la brillante arguzia che lo caratterizzava.
Nel 1924, l’Italia non era certo una democrazia come lo è oggi — era una monarchia costituzionale —, ma aveva comunque una struttura parlamentare. Il Parlamento del Regno d’Italia, istituito nel 1861, al momento della nascita del paese come entità politica unitaria, era articolato in due rami: il Senato, a nomina regia, e la Camera dei deputati, eletta periodicamente dai sudditi aventi diritto di voto. Il socialista Giacomo Matteotti, grande oppositore dell’incipiente regime fascista, era stato eletto tre volte deputato alla Camera: nel 1919, nel ‘21 e nel ‘24. I suoi compagni di partito lo chiamavano “Tempesta”, per il suo carattere appassionato e combattivo.
Il 30 maggio 1924 — davanti al presidente del Consiglio Benito Mussolini, che ascolta muto e immobile le sue parole —, Matteotti pronuncia alla Camera uno storico discorso. Denuncia, con grande coraggio ed estrema onestà intellettuale, il clima di illegalità diffusa, violenza e intimidazione che aveva segnato le elezioni politiche celebrate qualche settiman
Fare della canzone popolare Bella ciao l’inno ufficiale delle cerimonie del 25 aprile, giorno della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. L’idea è venuta a un gruppo di parlamentari — del Partito Democratico (PD), ma anche di altre forze politiche, come Italia Viva e Movimento 5 Stelle — che, venerdì 4 giugno, hanno presentato alla Camera una proposta di legge in merito.
Il testo del disegno legislativo si compone di un solo articolo, diviso in due commi. Nel primo, si chiede il riconoscimento della famosa canzone popolare come espressione dei valori alla base della nascita e dello sviluppo della Repubblica italiana. Al secondo comma, il disegno di legge auspica che si suoni Bella ciao, dopo l’inno nazionale, il 25 aprile di ogni anno, in occasione dell’anniversario della Liberazione.
Apriti cielo! La proposta ha scatenato un’infinità di polemiche. Soprattutto nell’area della destra. Ignazio La Russa, vicepresidente del Senato e fondatore, con Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia, ha dichiarato: “Bella ciao è una canzone che non riflette il gusto di tutti gli italiani: è troppo di sinistra”. A dire il vero, anche la sinistra radicale sembra insoddisfatta. Marco Rizzo, segretario
Vincere Sanremo è una di quelle cose che ti cambiano la vita. Chi conosceva Mahmood prima che vincesse l’edizione 2019 del prestigioso festival musicale? Io, no di certo. E con me, milioni di persone. Ma poi, improvvisamente, Soldi — il brano presentato a Sanremo dall’artista milanese — era ovunque. Al bar, al supermercato, nei programmi radio che capitava di ascoltare dal parrucchiere, negli algoritmi di YouTube. Nel maggio di quello stesso anno, Mahmood aveva rappresentato l’Italia all’Eurovision Song Contest di Tel Aviv, e il suo successo era diventato internazionale. Ricordo i commenti, più che entusiasti, espressi all’epoca sul canale radiofonico britannico Monocle 24 da un giornalista culturale brasiliano.
Immagino che tanto successo sia un’esperienza folgorante, inebriante. Un vortice di impegni ed emozioni accelerate. Idee, viaggi, collaborazioni artistiche. Tutto bruscamente, incredibilmente, interrotto, nel marzo 2020, dal lockdown e dalle misure anti-Covid.
Mahmood ora sta promuovendo il suo secondo album, intitolato Ghettolimpo. Un disco che ha origini lontane. Una riflessione che parte, come rivela lui stesso in un’intervista pubblicata su Repubblica, dalle immagini di
La loro è una fascia d’età che, in questi mesi pandemici, è stata spesso demonizzata. Accusata di superficialità ed egoismo. Di edonismo sfrenato e autoreferenziale. “Sono narcisisti e poco solidali”, si è detto di loro sui media, sulle reti sociali, nelle chiacchiere tra amici e parenti. Naturalmente, come spesso accade, a fare notizia sono stati i comportamenti più negativi. L’impazienza. La ribellione insolente. Il chiasso di chi non voleva rinunciare a niente, nel nome di una presunta libertà.
Etichette. Stereotipi. Generalizzazioni ingiuste. I ragazzi, nella maggior parte dei casi, non sono così. Lo ha dimostrato, in modo più che eloquente, il comportamento dei mille ragazzi che, a Torino, nella notte tra sabato 5 e domenica 6 giugno, hanno partecipato a una singolare iniziativa organizzata al centro vaccinale di Reale Mutua Assicurazioni, attivo dallo scorso 21 aprile.
L’evento, reso possibile grazie a una sinergia di soggetti pubblici e privati, era dedicato ai giovani dai 18 ai 28 anni, una categoria che non è mai stata una priorità nella campagna vaccinale, (comprensibilmente) più concentrata a proteggere gli anziani, i lavoratori del settore sanitario, gli insegnanti e le p