Come possiamo prepararci per le pandemie del futuro, se non sappiamo come ha avuto origine la crisi pandemica che ci troviamo ad affrontare oggi? La domanda, espressa lo scorso 29 maggio sul settimanale The Economist, è intelligente, logica, e perfettamente legittima. È una domanda che nasce da un altro interrogativo, più specifico e inquietante: il SARS-CoV-2, il virus che causa il Covid-19, è emerso dal contatto tra animali infetti ed esseri umani, o è legato ad un tragico incidente di laboratorio avvenuto all’Istituto di virologia di Wuhan, la città che è stata il primo epicentro del contagio?
Domande estremamente interessanti. Eppure, per mesi, almeno a livello pubblico, ignorate, relegate all’oscuro e scottante territorio delle teorie cospiratorie. Soffocate, potremmo dire, dalla politica. Come dimenticare, infatti, che, l’anno scorso, il dibattito sulle origini del Covid era stato colonizzato dalla retorica bellicosa dell’amministrazione Trump? Donald Trump era un presidente in campagna elettorale, desideroso di puntare il dito contro un nemico esterno — la Cina —, e distrarre così l’opinione pubblica dalla gravità della crisi economica in arrivo. Un presidente che aveva spos
Chiara! Sono al Salone del Mobile! Questa mattina, colazione al Bar Basso. Nel pomeriggio, cena di lavoro ai Navigli. Vieni a trovarmi! Con questo messaggio entusiasta mi scriveva, qualche anno fa, Nicolás, un mio amico designer, in visita, da Bogotá, al Salone del Mobile di Milano.
Non è difficile capire l’entusiasmo del mio amico. Nata nel 1961, l’epoca del miracolo economico, la prestigiosa fiera d’arredamento e accessori per la casa è sempre stata un successo. Un simbolo di qualità e bellezza, grazie alla solida tradizione artigianale del nostro paese e al talento di figure come Ettore Sottsass, Vico Magistretti, Gio Ponti, Gae Aulenti.
Prima che, l’anno scorso, arrivasse il Covid a stravolgere sogni e progetti, il Salone del Mobile di Milano non aveva mai conosciuto un attimo di crisi. Fioriva ogni anno, ad aprile, col suo elettrico microcosmo di incontri. Con le sue collaborazioni internazionali e la generosa lungimiranza con la quale sapeva dare spazio ai giovani talenti. Il tutto — come osservava un articolo pubblicato sul quotidiano francese Le Monde lo scorso 17 maggio —, nella vibrante cornice dei giorni, e delle notti, milanesi.
Nell’edizione 2019, il Salone ha accolto 38
È stata, per decenni, l’inimitabile stella della danza classica italiana. Un simbolo assoluto. Una leggenda. Il Teatro alla Scala di Milano, che la vide prima ballerina nel ‘58, l’ha ricordata con queste parole: “Il Teatro, la città e la danza perdono una figura storica. Una figura che ha lasciato un segno fortissimo nella nostra identità e ha dato un contributo fondamentale al prestigio della cultura italiana nel mondo”.
È vero. Carla Fracci, morta a Milano lo scorso 27 maggio, all’età di 84 anni, è stata un’ambasciatrice dell’arte e della cultura italiana. Ma non solo. È stata anche il simbolo di un successo costruito poco a poco, meritato grazie a una felice miscela di talento, passione e duro lavoro.
Carla — “eterna fanciulla danzante”, come la definì il poeta Eugenio Montale — veniva da una famiglia semplice. Madre operaia, un padre che faceva il tranviere e aveva una grande passione per il tango. Fu lui, nel ‘46, a iscrivere la figlia alla scuola di ballo del Teatro alla Scala.
Quello col mondo della danza non fu, per Carla, un amore a prima vista. Si racconta che, all’inizio, fosse insofferente alla disciplina e ai continui sacrifici che le venivano imposti dalle sue insegnan
Ricordo bene il caso Marta Russo. Come fosse ieri. Quando venne uccisa, Marta aveva, più o meno, la mia età. Ed era, come me, una studentessa universitaria.
È la mattina del 9 maggio 1997, e Marta Russo, una studentessa di giurisprudenza, passeggia con un’amica lungo un vialetto dell’università La Sapienza di Roma. Le due ragazze sono appena uscite da una lezione, chiacchierano tranquillamente. Parlano di libri, appunti e del loro prossimo esame. Alle 11.42, un botto. Un rumore simile a quello di una pistola giocattolo. Marta cade a terra, una macchia di sangue sotto l’orecchio sinistro. Morirà cinque giorni dopo in ospedale. Qualcuno le ha sparato. Ma chi? E perché?
Il caso è complesso. Secondo gli inquirenti, il colpo è partito dalla finestra di un edificio. Ma sono più di cento le finestre che si affacciano sul vialetto nel quale camminava Marta. Impossibile ricostruire la traiettoria del proiettile, perché non è possibile sapere in che posizione si trovava la testa di Marta nel momento dell’impatto. Il bossolo del proiettile non si trova. La pistola, nemmeno. Oscuro il movente: non c’è nulla di problematico nel presente, o nel passato, di Marta. Nulla che possa far pensare a un d
L’immagine — un paste-up — si trovava sul ponte Vittorio Emanuele II, non lontano da Castel Sant’Angelo, a pochi passi da Città del Vaticano. Dev’essere per questo che ha attratto l’attenzione di Mauro Olivieri, direttore dell’Ufficio filatelico della Santa Sede. “Un giorno, passando in motorino, vidi un piccolo murale. Mi fermai, e sfidando il traffico romano, scattai alcune foto col mio telefono”, aveva raccontato nel settembre del 2019, durante un congresso in Toscana. Olivieri era rimasto così colpito dall’opera in questione — un’immagine ispirata all’Ascensione del pittore ottocentesco Heinrich Hofmann — da proporla come soggetto per il tradizionale francobollo pasquale vaticano.
Ecco allora che, per la Pasqua 2020, la Santa Sede emette un francobollo di grande impatto visivo, nel quale il Cristo di Hofmann appare rivisitato in chiave pop. Sul suo petto, l’immagine di un cuore anatomico. Sul cuore, un invito: JUST USE IT.
Una bella immagine, non c’è che dire. Ottima anche la gamma dei colori scelti. Viola per le lettere, giallo zafferano per la cornice. Bianco per lo stemma di Città del Vaticano e il prezzo del francobollo. Il tutto realizzato con dei caratteri che ricordano q