Nel primo pomeriggio di sabato 15 maggio, il giornalista Fares Akram, corrispondente a Gaza, stava facendo un pisolino al secondo piano dell’attico dell’edificio che ospitava la sede locale di Associated Press, l’agenzia di stampa per la quale lavora. Da quando, dopo giorni di tensione crescente, il 10 maggio scorso è scoppiato l’ultimo scontro bellico tra lo stato di Israele e Hamas — il gruppo islamista che governa di fatto la Striscia di Gaza —, Fares Akram, come ha raccontato sul Guardian, lavora ogni notte, e dorme quando può.
Improvvisamente, alle 13.55, il suo sonno si spezza. “Evacuazione! Evacuazione!”, urla qualcuno. Akram corre al piano di sotto, dove regna il panico. I suoi colleghi si muovono concitati, indossano caschi e giubbotti protettivi. “L’esercito israeliano ha deciso di distruggere l’edificio”, gli dicono. “Sbrigati! Abbiamo poco tempo”.
Akram va a prendere il suo laptop. Dà un ultimo sguardo a quello che per anni è stato il suo ufficio. Afferra una foto della sua famiglia, una tazza da caffè che gli ha regalato sua figlia.
L’attacco israeliano non si fa attendere: un drone, poi un F-16. Una fiammata, un denso fumo grigio. Infine, il crollo. E sul luogo dove so
La mattina dello scorso giovedì 13 maggio, il cardinale Stanisław Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia, aveva, a Roma, un impegno importante: celebrare una messa in onore di Giovanni Paolo II, il pontefice di cui è stato, dal 1978 al 2005, segretario particolare.
13 maggio 1981: piazza San Pietro è un oceano di mani, di braccia tese. Karol Wojtyła è in piedi sulla sua automobile. Saluta la folla, prende in braccio, per qualche secondo, una bambina bionda. Poi, la tragedia. Improvvisa, inattesa. Il Papa si accascia, sorretto dal suo maggiordomo, Angelo Gugel, e da Stanisław Dziwisz. È stato colpito, si scoprirà poi, da due proiettili. A sparare, con una pistola Browning calibro 9 parabellum, è un ragazzo di 23 anni, Mehmet Ali Ağca, militante dell’organizzazione nazionalista di estrema destra turca ‘Lupi grigi’. Ağca non è alle prime armi: due anni prima, nel febbraio del 1979, è stato attivamente coinvolto nell’uccisione di un famoso giornalista turco. Condannato e incarcerato per il fatto, il 25 novembre 1979, evade dal penitenziario militare nel quale era recluso. Pronto per colpire di nuovo.
Ağca è un killer bene addestrato, un professionista del crimine. Ma il 13 maggio ‘81,
Come ogni buon comunicatore, un politico esperto non dimentica mai chi è il suo pubblico. Del suo pubblico — quello attuale e quello potenziale — conosce valori e ambizioni, desideri inconsci e paure inconfessate. Un politico esperto sa bene che per conquistare nuovi elettori non bastano i comizi in piazza, le interviste alla stampa e gli interventi in Parlamento. No. Per sedurre il cuore degli elettori, spesso, è necessario allontanarsi dalla collaudata perfezione del palcoscenico, dalle luci della ribalta. Gli elettori amano la penombra dei corridoi, le luci soffuse e accoglienti dei camerini. La palpitante autenticità del ‘dietro le quinte’.
È su questo bisogno d’intimità che fa leva Giorgia Meloni in Io sono Giorgia–Le mie radici, le mie idee. Un libro autobiografico, colmo di retroscena. Un libro che, evidentemente, vuole proporre ai lettori una Giorgia Meloni più dolce e umana. Una figura per la quale sia facile sentire una certa simpatia.
Meloni — presidente di Fratelli d’Italia, un partito che si colloca nell’area della destra nazionalista e radicale — è una veterana della politica. Ha cominciato a muovere i primi passi sulla scena pubblica nel ‘92, a 15 anni, aderendo al Fro
La sera dell’8 maggio 2020, l’attore romano Pierfrancesco Favino vinceva il David di Donatello, un prestigioso premio assegnato dall’Accademia del Cinema italiano. La cerimonia di premiazione — una delle prime in versione online, con gli ospiti ridotti a un mosaico di testoline collegate via Skype o Zoom — incoronava Favino miglior attore protagonista per la sua splendida interpretazione, nel film Il Traditore, del mafioso siciliano Tommaso Buscetta, ‘boss dei due mondi’ e collaboratore di giustizia.
Quest’anno, Favino è salito sul palco — un palco vero: quello del Teatro dell’Opera di Roma — non per ricevere, ma per consegnare un premio. Poi, ha approfittato dell’occasione per lanciare un appello al governo, e alla classe politica in generale. “Vorrei che nelle scuole italiane si insegnasse cinema e teatro”, ha detto Favino, allargando leggermente le braccia. “Vorrei chiedere ai ministri, quelli che siano, che ai nostri ragazzi si insegnasse a tenere in mano una cinepresa; che in questo momento, in cui c’è tanto bisogno di stare insieme, si insegnassero le tecniche teatrali, perché dal cinema e dal teatro si impara tanta vita”.
Favino non fa in tempo a finire il suo discorso che un
L’antica Roma è un soggetto che affascina l’arte da sempre. Pittura, teatro, cinema, letteratura. Pensiamo — e scusate se cito due esempi forse un po’ scontati — al Giuramento degli Orazi, monumentale olio su tela del pittore neoclassico francese Jacques-Louis David, o ad Antonio e Cleopatra, splendida tragedia storica di William Shakespeare. La ragione di tanto interesse è semplice: la storia romana è un’inesauribile miniera di conflitti feroci, violente passioni e strabilianti avventure.
Il mondo della narrazione televisiva non è certo rimasto impassibile davanti a tanto fascino. Nel 2005, è arrivata Rome, una serie prodotta da HBO e BBC. Poi, nel 2010, è stata la volta di Spartacus, un dramma televisivo focalizzato sulla figura del famoso gladiatore ribelle.
Dallo scorso 14 maggio, Sky Atlantic e la piattaforma di streaming Now ci propongono Domina, una serie in otto puntate basata sul personaggio di Livia Drusilla, moglie di Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma.
La storia che ci racconta Domina comincia nel 43 avanti Cristo. Gaio Giulio Cesare, che, dopo una lunga serie di conquiste militari, aveva accentrato su di sé un enorme potere, è stato ucciso l’anno prima, trafitt