Nel nucleo storico di Nuuk, non lontano dalla cattedrale del Salvatore, un’imponente statua di bronzo raffigurante il missionario e vescovo luterano Hans Egede domina il panorama. Il bastone pastorale, nella mano destra. Nella sinistra, stretta al cuore, una Bibbia voluminosa. Egede fissa, solenne, l’orizzonte. Il suo piede destro sporge dal piedistallo, e lui sembra sul punto di iniziare un nuovo cammino, una nuova avventura.
Nato in Norvegia nel 1686, Egede studiò teologia all’Università di Copenaghen, completando gli studi nel 1705. Affascinato dalla storia delle antiche colonie norrene della Groenlandia, avvolte nel silenzio da secoli, decise di portare la luce del cristianesimo in quelle terre lontane. Nel 1721, col permesso di Federico IV, re di Danimarca e Norvegia, salpò verso l’ignoto, in un viaggio che lo avrebbe portato a fondare la colonia di Godthåb, l’attuale Nuuk, e che avrebbe segnato l’inizio della colonizzazione danese dell’isola.
Egede si dedicò alla conversione dei popoli della Groenlandia, animato da un intreccio di passione evangelizzante e ferrea ambizione. Il 21 giugno 2020, giorno della festa nazionale della Groenlandia, la sua statua venne cosparsa di vern
Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione nel governo Meloni, nel novembre dell’anno scorso, ha detto che il patriarcato, in Italia, è finito nel 1975. Nel ‘75, come ha ricordato il ministro, il parlamento italiano approvò una riforma del diritto di famiglia, affermando la parità tra marito e moglie nelle decisioni familiari e nell’educazione dei figli.
Le dichiarazioni di Valditara hanno suscitato accesi dibattiti. Come non vedere, si è detto, che il patriarcato, inteso come sistema di potere basato sul privilegio maschile, permea ancora oggi la società? Come ignorare le diverse forme di discriminazione che colpiscono le donne, come la disparità salariale e la sottorappresentazione nei ruoli di potere? Come dimenticare il dramma della violenza di genere, fisica e psicologica?
Sommerso dalle critiche, il ministro si è difeso precisando che la sua affermazione si riferiva alla dimensione giuridica. La riforma del ‘75 ha segnato una svolta nell’affermazione dei diritti delle donne, ha detto, pur ammettendo l’esistenza, a livello sociale, di “residui di maschilismo” e la necessità di un impegno costante per promuovere la parità di genere.
Ministeri, ambasciate, sfera mediatica, impr
La mattina di martedì 11 marzo, in una piccola aula del tribunale di San Isidro, nella periferia di Buenos Aires, è iniziato un processo che passerà alla storia: quello sulle cause della morte di uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, Diego Armando Maradona.
Maradona non era solo un atleta dall’incredibile talento, un esuberante artista del pallone. Era un’icona, un fenomeno sociale, un vero motivo di orgoglio nazionale. Per questo, mercoledì 25 novembre 2020, la notizia della sua morte aveva travolto l’Argentina con un’onda di dolore. A porre fine alla vita del grande campione — una vita sempre giocata sul filo dell’eccesso —, un arresto cardiorespiratorio, conseguenza di un edema polmonare acuto.
Ora, il tribunale di San Isidro è chiamato a fare luce sulle circostanze, e le responsabilità, che hanno portato alla scomparsa del leggendario calciatore. Più specificamente, il processo, che vede imputati otto professionisti sanitari, mira a stabilire se ci siano state negligenze e omissioni nella cura di Maradona.
Le accuse mosse nei confronti degli imputati, tra cui il neurochirurgo Leopoldo Luque e la psichiatra Agustina Cosachov, spaziano dall’omicidio colposo alla falsifica
David Laven, consulente per Netflix nella realizzazione della serie televisiva Il Gattopardo, uscita sulla piattaforma lo scorso 5 marzo, non ha dubbi. Se si vuole comprendere il processo che portò alla costruzione di un’Italia unita, afferma il noto storico britannico, il miglior libro che si possa leggere è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Una storia eterna. Una storia eterna sulle dinamiche che animano le famiglie. Sulla natura delle persone che detengono, e vogliono conservare, il potere, e su come ci si debba adattare — al cambiamento, all’avanzare della Storia — per mantenere il potere.
Col suo romanzo, Tomasi di Lampedusa ci porta in Sicilia, non lontano da Palermo, in una sontuosa residenza aristocratica. È il maggio 1860. Presto, sull’isola, sbarcheranno il generale Giuseppe Garibaldi e il suo piccolo esercito di volontari, i “Mille”
Garibaldi, una delle figure più importanti nel processo che avrebbe portato alla creazione del Regno d’Italia, mirava a liberare la Sicilia dal dominio borbonico.
L'impresa si rivelò un successo. I Mille, pur essendo numericamente inferiori e scarsamente equipaggiati, si batterono con coraggio. Guidati dalla carismatica figura di
Nell’ottobre del 2023, con la conclusione di un convulso percorso giudiziario che per dieci anni l’aveva visto entrare e uscire più volte dal carcere, Fabrizio Corona si era fatto intervistare in diversi programmi televisivi. Era apparso in gran forma. Ironico, combattivo, arrogante. Con grande abilità, aveva rilasciato diverse dichiarazioni di sicuro effetto mediatico, poi ampiamente commentate da giornali e social.
Prima dei fatti giudiziari che, nel 2013, lo portarono in carcere, Corona, in Italia, era il re incontrastato del gossip. I giornali, di fatto, lo chiamavano “il re dei paparazzi”.
Chissà che avranno pensato di questo suo padre, il noto giornalista Vittorio Corona, e suo zio Puccio Corona, anche lui giornalista.
A dire il vero, Fabrizio aveva tentato, inizialmente, la strada del giornalismo. Aveva lasciato la sua Sicilia natale per trasferirsi a Milano. Lavorava con il padre in TV e scriveva per Chi, un settimanale specializzato in cronaca rosa e gossip. Nel ‘98, conobbe un famoso agente televisivo, un certo Lele Mora, un contatto che gli consentì di lavorare nel mondo dello spettacolo, tra le altre cose, come inviato nei locali alla moda per un programma del gruppo Me