Quando si parla di “guerra alla droga” il primo pensiero va alla campagna contro il crimine legato al narcotraffico lanciata negli Stati Uniti durante la presidenza Nixon. Un approccio improntato alla legge e all’ordine, che ha segnato un’epoca.
In anni più recenti, l’espressione “guerra alla droga” ha plasmato le pagine più nere della storia di un altro Paese: le Filippine. Sotto la presidenza di Rodrigo Duterte, infatti, dal 2016 è stata promossa una vera e propria offensiva per impedire che il Paese finisse in mano ai cartelli del narcotraffico.
La “guerra” di Duterte, combattuta nei sei anni del suo mandato presidenziale, si è contraddistinta per la brutalità delle forze dell’ordine, con un sistematico ricorso a esecuzioni extra-giudiziarie. Si stima che le vittime delle operazioni di polizia siano state più di 6.000.
Negli anni, vari politici, attivisti e giornalisti hanno denunciato la deriva antidemocratica che ha caratterizzato la presidenza di Duterte, subendo spesso una feroce repressione. Tra le voci libere della stampa filippina, una delle più autorevoli è sicuramente quella di Maria Ressa, giornalista premiata nel 2021 con il Nobel per la Pace.
Ressa ha pagato il lav
“Non ho più l’energia per continuare”. Con queste parole, la presidente neozelandese Jacinda Ardern ha annunciato le proprie dimissioni, lo scorso 19 gennaio. Le elezioni che attendono il Paese a ottobre non vedranno quindi candidata la leader laburista che, in questi anni, il mondo ha imparato a conoscere e ad apprezzare.
Diventata prima ministra a 37 anni, Ardern si è imposta come una delle leader più giovani nel panorama internazionale. Ma a farle guadagnare la ribalta non è stata tanto l’età, quanto la capacità di gestire due crisi tra loro diversissime, in cui sono emerse le sue qualità umane e politiche.
Il primo banco di prova è stato il 15 marzo 2019, con la strage di Christchurch. In quell’occasione, Ardern impressionò il mondo con un discorso di forte impatto, senza mai pronunciare il nome dell’attentatore e appellandosi invece al senso di comunità del Paese. Tra le misure promosse dalla premier in seguito alla tragedia, spicca quella di mettere al bando molti tipi di armi automatiche, avviando anche un piano per favorire il ritiro di quelle in circolazione.
In un decennio dove America ed Europa hanno conosciuto l’ascesa del terrorismo suprematista, dalla Nuova Zelanda, Ard
L’emergenza climatica ha portato alla ribalta un’ondata di attivisti interessati a mettere al centro dell’agenda politica il futuro della nostra specie. Questo si rispecchia già nei nomi dei collettivi, che abbiamo imparato a conoscere attraverso proteste eclatanti. Da “Extinction Rebellion” a “Last Generation”, gli attivisti, fin dal nome, ci dicono che c’è poco tempo per agire, e che è necessario apportare cambiamenti strutturali.
Tra le tante dimostrazioni messe in atto in Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica ce n’è una in particolare che ha provocato forti reazioni, tra stampa, classe politica e forze dell’ordine. Un fatto che abbiamo commentato anche noi, nel nostro programma, qualche settimana fa. Lo scorso 2 gennaio, attivisti di Last Generation hanno imbrattato le mura esterne del Senato con vernice lavabile. Una dimostrazione nonviolenta che ha replicato le azioni intraprese da altri collettivi in altre città europee.
Le reazioni delle autorità italiane sono state molto dure. I tre attivisti impegnati nel gesto sono stati accusati di danneggiamento aggravato. Si tratta di una fattispecie penale che prevede fino a cinque anni di carcere, mentre la — più logica — a
Secondo una legge non scritta della politica italiana, un governo appena insediato vive una sorta di “luna di miele” con il Paese, della durata di circa cento giorni. Un periodo nel quale domina la mentalità secondo cui il nuovo governo debba essere lasciato “lavorare in pace”.
La luna di miele tra il governo di Giorgia Meloni e gli italiani, però, sembra essersi conclusa con leggero anticipo, rispetto a questa consuetudine.
Con la mezzanotte dell’ultimo dell’anno, infatti, oltre ai fuochi d’artificio sono schizzati in alto i prezzi del carburante. A farli aumentare, è stata la decisione del governo di non prorogare il taglio delle accise. Ovvero di quei tributi indiretti che incidono sul prezzo di determinati beni, tra cui benzina e gasolio.
Il predecessore di Meloni, Mario Draghi, aveva introdotto uno sconto temporaneo all’inizio del 2022. La decisione era stata presa per ovviare ai rincari del carburante. Con l’invasione dell’Ucraina su larga scala e la successiva crisi energetica globale, Draghi aveva poi prorogato lo sconto fino alle fine dell’anno.
Non aver rinnovato la proroga nella nuova finanziaria, varata a dicembre dal governo Meloni, ha dato il via a forti polemiche. L’I
Chi è nato in Italia dagli anni Novanta in poi, forse ha faticato a capire come mai il 24 gennaio scorso i media abbiano dedicato molto spazio a parlare di Gianni Agnelli, nel ventennale della sua morte. Per chi invece ha vissuto i decenni precedenti, Agnelli rappresenta un pezzo di storia indelebile del paese.
“L’Avvocato”, com’era soprannominato per via della sua laurea in Legge, è stato un simbolo su molti fronti. Simbolo della ricca borghesia italiana, in primo luogo, in quanto rampollo di una delle più influenti famiglie del Paese, i piemontesi Agnelli.
L’Avvocato era inoltre personalmente legato agli storici marchi della famiglia: la Fiat, la squadra di calcio della Juventus e la Ferrari. Tre nomi che, in particolare, tra gli anni Sessanta e Novanta, hanno rappresentato un fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo.
Gianni Agnelli aveva un fascino innato, persino con qualche vezzo stravagante, come quello di portare l’orologio sopra il polsino della camicia. Gli stessi marchi di famiglia occupavano un ruolo di rilievo nel suo stile di vita.
Era infatti il primo tifoso della Juventus, di cui cercava di non perdersi nemmeno una partita allo stadio. Aveva una passion