Il 24 marzo, mentre interveniva in video-collegamento al Consiglio europeo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva fatto una pausa, per rivolgersi personalmente, chiamandolo per nome, al primo ministro ungherese, il populista ultraconservatore Viktor Orbán. “Devi decidere da che parte stare, Viktor”, aveva detto Zelensky alludendo alla feroce guerra avviata dal Cremlino contro il suo paese.
La risposta di Orbán è arrivata lunedì 4 aprile, all’indomani delle elezioni legislative che hanno visto trionfare, con oltre il 53% dei consensi, il partito da lui guidato, la formazione nazionalista ed euroscettica Fidesz. Una risposta insolente, bellicosa, colma di superbia.
“Cari amici”, ha detto il premier ungherese dal palco nel quale festeggiava l’esito del voto, “abbiamo ottenuto una grande vittoria. Così grande che si può vedere dalla luna e, senza dubbio, da Bruxelles”. “Abbiamo vinto contro tutti”, ha proclamato Orbán, snocciolando una lunga lista di nemici: le forze della sinistra, locale e internazionale, i burocrati dell’Unione europea, “l’impero Soros con tutti i suoi soldi”, i principali media del mondo e, pure lui, il presidente ucraino, Zelensky.
La vittoria della scorsa
La prima defezione — e la più famosa — è stata quella di Rudolf Nureyev. Parigi, giugno del ‘61. Col suo carattere ribelle e le sue amicizie occidentali, Nureyev, nei suoi giorni parigini, aveva reso particolarmente nervosi gli agenti del KGB che lo tenevano d’occhio. Tanto che ormai lo si voleva nuovamente in patria. La mattina del 16 giugno, mentre si trovava all’aeroporto Le Bourget insieme agli altri artisti della Compagnia di Balletto del Teatro Kirov, gli venne detto che non poteva volare a Londra, come i suoi colleghi. Che sarebbe dovuto tornare nell’Unione Sovietica, dove era atteso per un’esibizione speciale, al Cremlino.
Come ricordava un articolo pubblicato sul Guardian lo scorso 17 marzo, Nureyev, insospettito da quell’improvviso cambio di programma e temendo per il suo futuro, si rivolse a un agente di polizia francese presente nell’aeroporto, dicendogli: “Voglio rimanere qui, voglio essere libero”. Poco tempo dopo, avrebbe presentato una richiesta di asilo politico al governo francese. In seguito, sarebbe andato a Londra, dove avrebbe avviato una proficua collaborazione col Royal Ballet, spesso in coppia con l’amica Margot Fonteyn, prima ballerina del celebre teatro br
I compagni di un corso di grafologia iniziato lo scorso settembre; la ragazza, assunta l’estate scorsa, che mi vende pane e dolci alla panetteria all’angolo; la mia nuova commercialista; la nuova segretaria del mio dentista. Tutte persone conosciute in situazioni pubbliche, in ‘epoca Covid’. Con una buona parte del volto, quindi, coperta da una mascherina. Chirurgica, Ffp2, in stoffa lavabile…
Persone che presto — col progressivo allentarsi delle misure messe in atto dal governo nei mesi di maggior emergenza sanitaria —, vedrò, per la prima volta, a viso scoperto. Con qualche sorpresa, immagino.
Sì, qualche sorpresa. Può capitare, infatti, come mi diceva un’amica francese che sta già vivendo quest’esperienza, di provare uno spaesamento nel vedere il viso di una persona che avevamo conosciuto, e sempre visto, con una mascherina addosso. Un volto del quale conoscevamo solo occhi, fronte e zigomi si trasforma, improvvisamente, in una fisionomia completa. E può capitare che la bocca, la punta del naso, la linea delle mascelle, o il sorriso di quella persona non siano come avevamo immaginato che potessero essere. La realtà, in altre parole, si scontra con la fantasia. Col ritratto che la
Il caso di Fabio è emblematico. “Lavoravo come consulente informatico per una grande multinazionale. Ho lasciato un contratto a tempo indeterminato, e un ottimo stipendio, per andare incontro a qualcosa di non ben definito”, racconta in una videointervista pubblicata sul sito di Repubblica. Ora Fabio coordina una palestra di arrampicata. Un ruolo decisamente agli antipodi rispetto al suo vecchio lavoro.
Il desiderio di cambiare vita si è fatto strada lentamente nel suo cuore. Progressivamente. Ben prima dello scoppio della pandemia del Covid. Ma il lockdown della primavera 2020 è stato un punto di svolta. Un catalizzatore.
Dopo le ferie dell’agosto 2020, racconta Fabio, il corpo ha iniziato a dargli dei segnali. La notte non dormiva; la mattina, si svegliava in preda all’ansia, pensando ai mille compiti che lo attendevano nel corso della giornata. Il messaggio era chiaro: era giunto il momento di cambiare.
Fabio ha lo sguardo sereno di chi sa di aver fatto la scelta giusta. Dal punto di vista economico, la sua non è stata una decisione facile. Ha dovuto cambiare stile di vita, tagliando i consumi superflui. Ma non si pente affatto. “Ora mi sveglio”, racconta, “e sono felice di andar
Quando, nel gennaio del 2020, è stata nominata direttrice artistica della 59ª Biennale d’Arte di Venezia, la curatrice milanese Cecilia Alemani non poteva certo immaginare che un’oscura pandemia l’avrebbe poi costretta a svolgere il suo lavoro chiusa nel suo appartamento newyorkese, passando ore e ore a conversare via Zoom con artisti e collaboratori.
Eppure, lei, dopo un attimo di spaesamento, ha saputo vedere il lato positivo, creativo, di questa esperienza. In quelle lunghe chiacchierate davanti allo schermo di un laptop — raccontava in un’intervista pubblicata su Rivista Studio lo scorso 7 febbraio — si formava spesso un’atmosfera preziosa. “Le conversazioni che sono riuscita ad avere sono state molto genuine, molto oneste, perché eravamo tutti in questa strana bolla virtuale di chiamate dall’intimità della propria casa. Rispetto alla, più tradizionale, visita nello studio d’artista, si creava una dimensione più discreta… confidenziale, a volte”.
E quel senso di intimità, quella strana atmosfera da ‘fine del mondo’ — come ha osservato la stessa Alemani lo scorso 2 febbraio a Venezia, alla conferenza di presentazione della mostra —, ha profondamente plasmato il contenuto e le di