Tre file di soldati, allineati con geometrica precisione, e un lungo tappeto rosso. Si respira un’atmosfera solenne in questo pomeriggio d’inizio aprile a palazzo El Mouradia, residenza del presidente della Repubblica Democratica Popolare di Algeria. Tutto è pronto per accogliere una delegazione in visita ufficiale dall’Italia. Il premier Mario Draghi è accompagnato, per l’occasione, dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e da quello della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Con loro, pure Claudio Descalzi, amministratore delegato del colosso energetico ENI. Scattano sull’attenti, i soldati, all’arrivo di Draghi, in sincronia perfetta. Come attivata da un telecomando invisibile, una banda militare attacca un ritmo vivace. Due palme ondeggiano nel cielo pallido, mosse da un vento leggero. Danzano, con grazia, su quelle note energiche.
Ad attendere Draghi, all’ingresso dello splendido palazzo moresco, il presidente della Repubblica, Abdelmadjid Tebboune. La visita della delegazione governativa italiana ha uno scopo concreto, estremamente urgente: la firma di un nuovo accordo di cooperazione nel settore dell’energia, al fine di aumentare le esportazioni di gas algerino verso il
La nazionale italiana di calcio non giocherà quest’anno in Qatar, ma di certo il piccolo paese del golfo persico è molto presente nei pensieri — e nel conto corrente bancario — di un settore del nostro paese.
Come raccontava infatti un articolo pubblicato sul settimanale L’Espresso lo scorso 14 aprile, nel 2021, con 813,5 milioni di euro spesi, il Qatar, soppiantando l’Egitto, è diventato il primo cliente dell’industria bellica italiana. Un risultato non da poco se pensiamo che nel biennio precedente l’Egitto aveva acquistato armi Made in Italy per oltre 1,8 miliardi di euro.
Complessivamente, il Qatar possiede armamenti italiani per un valore di 7,5 miliardi di euro, accumulati in questi ultimi tempi dopo una serie di accordi siglati con il governo di Matteo Renzi, gran frequentatore, come ricorda L’Espresso, del piccolo emirato.
Ogni anno, come prevede una legge del 1990, il governo italiano presenta al Parlamento un rapporto sulle esportazioni di armi prodotte nel nostro paese. Il giro d’affari è sempre notevole e, spesso, tra i clienti, figurano governi non democratici, decisamente disinvolti in materia di diritti umani. Ogni anno, dunque, per un po’, l’indignazione infiamma il d
Cinque anni fa, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali francesi, Jean-Luc Mélenchon — fondatore del partito di sinistra radicale La France Insoumise, allora quarto classificato col 19,6% delle preferenze — non aveva espresso parole di sostegno per nessuna delle due figure in corsa per il ballottaggio: Emmanuel Macron, candidato del partito centrista La République en Marche, e Marine Le Pen, leader dell’estrema destra. Un silenzio criticato da molti, giudicato come un’ambiguità pericolosa. Un orgoglio inutile.
Diversa la cornice geopolitica, questa volta. Bizzarramente simile, la battaglia per l’Eliseo: Macron e Le Pen nuovamente al ballottaggio, in un nuovo duello. Ma questa volta, Mélenchon, forte di un risultato che lo vede in un solido terzo posto, dietro a Marine Le Pen per un soffio — per soli 500.000 voti —, sa di poter essere, in qualche modo, l’ago della bilancia nella sfida presidenziale. E si è ben guardato dal commettere lo stesso errore. La sera del 10 aprile, il leader della ‘sinistra indomita’ non ha esitato. “Non bisogna dare un solo voto a Marine Le Pen”, ha detto più volte, rivolto al suo popolo. Un invito che molti si augurano sia decisivo al secondo turn
Ricordo bene il mio primo incontro con l’arte di Paula Rego. Era un pomeriggio di metà settembre, una domenica di pioggia, e mi trovavo a Barcellona. Un’amica mi aveva detto che al Palau de la Virreina, sulla Rambla, c’era una mostra di pittura che non mi potevo perdere, dedicata alla carriera di un’artista portoghese da tempo residente a Londra. Paula Rego, appunto. Nel salire le scale del bel palazzo barocco non potevo immaginare la sorpresa, l’emozione, che avrei provato nel vedere quelle opere, quel mondo intricato di pastelli, acquerelli e disegni. Scene crude, taglienti. Composizioni squisitamente orchestrate, illuminate alla perfezione.
Dopo un inizio ispirato al lessico dell’astrattismo, Paula Rego si volge, poco a poco, verso la figurazione, attingendo alle tecniche apprese negli anni della formazione, alla Slade School of Fine Art di Londra.
Ed è così che inizia un percorso che fonde, in una sintesi personalissima, un mosaico di riferimenti visivi. Velásquez, Bosch, l’espressionismo cupo degli ultimi dipinti di Goya. La critica sociale di William Hogarth, Honoré Daumier e José Gutiérrez Solana. Le atmosfere oniriche di Balthus e la poetica sofferenza dei giganti della ‘Sc
In quegli anni, a Caracas, tutti conoscevano l’eleganza di Anala e Armando Planchart, grandi viaggiatori, appassionati di architettura e collezionisti d’arte raffinati. Anni 50, epoca di dittatura militare, in Venezuela. Ma anche di grande sviluppo economico, alimentato dalla forza del petrolio e da una politica migratoria che vedeva nell’arrivo di lavoratori e capitale europeo un importante fattore propulsivo, una formula vincente per il futuro.
La voglia di futuro, di modernità, ispira intensamente i coniugi Planchart. In quel periodo, Armando e Anala acquistano un terreno sulla cima di El Cerrito, una collina boscosa nel cuore di Caracas. Lì costruiranno la loro nuova dimora. Sarà un ambiente fatto di linee pulite e decise. Semplice, ma di gran carattere.
Armando ha un’immensa collezione di orchidee, più di duemila piante. Anala vuole una casa che le consenta di contemplare El Ávila, la verde montagna che veglia su Caracas come un nume tutelare.
I coniugi Planchart sono avidi lettori di riviste di architettura. Apprezzano, in modo particolare, l’italiana Domus. Lo stile di quel mensile fondato nel 1928 dall’architetto milanese Gio Ponti li affascina, cattura la loro fantasia. Deci