Jacinda Ardern solleva il coperchio di un vassoio stracolmo di scones farciti al formaggio. Sorride raggiante, tra i flash dei fotografi e gli occhi deliziati dei presenti. Alle elezioni parlamentari dello scorso 17 ottobre, il Partito Laburista ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. E Ardern è stata riconfermata nel ruolo di primo ministro. Alla sede del partito si è festeggiato con gioia e spensieratezza. Frutta e pasticcini. Baci e abbracci.
Proprio così. Mentre in Europa siamo alle prese con una recrudescenza del Covid-19, agli antipodi, in Nuova Zelanda, la seconda ondata dell’epidemia è stata soffocata sul nascere, e le elezioni per il rinnovo del parlamento si sono celebrate senza mascherine e senza distanziamento fisico. Un sogno.
Ma Jacinda Ardern non è stata semplicemente rieletta. La sua è stata una vittoria schiacciante — quasi il 50% delle preferenze —, un plebiscito. Una conferma che la prima ministra, in questi anni di governo, si è mossa nella direzione giusta.
Tante le decisioni che l’hanno resa cara ai suoi concittadini. In primo luogo, l’efficienza con cui ha gestito l’epidemia del Covid. A marzo, con appena un centinaio di casi positivi nel paese, Ardern h
“Ha deciso se candidarsi a sindaco di Roma?”, chiede Fabio Fazio, conduttore della trasmissione televisiva Che tempo che fa. È la sera di domenica 18 ottobre, e la domanda è rivolta a Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico, ex membro del Partito Democratico (PD) e fondatore di Azione, un partito europeista che si colloca sulla scia del socialismo liberale. L’intervista, come accade spesso ormai, si svolge via video e il pubblico presente in studio è sistemato secondo un rigido distanziamento fisico. Fazio siede solo alla sua scrivania. Alle sue spalle, un concetto spaziale di Lucio Fontana.
Calenda risponde in tono solenne, quasi epico: “Sì, ho deciso: mi candiderò per fare il sindaco di Roma, perché penso che chi ha una possibilità di governare la città dov'è nata la cultura occidentale e riportarla tra le grandi capitali europee… beh… lo deve fare. È un dovere, e una grande avventura”.
Fazio, naturalmente, non si lascia sfuggire l’occasione… e incalza il candidato con una domanda scomoda. “Qual è la posizione del Partito Democratico rispetto alla Sua decisione?”, chiede.
Calenda sceglie la via della prudenza: “Non posso parlare a nome del Partito Democratico, ma posso
Nell’estate del 2019, con Margarita — un allegro reggae fusion cantato insieme al suo compagno, il rapper Marracash — faceva ballare milioni di ragazzi. Qualche mese dopo, a febbraio, affascinava il pubblico del festival di Sanremo con le note delicate di Andromeda, un brano introspettivo, ispirato a una celebre figura della mitologia greca.
Bella, sorridente, elegantissima. Nessuno, nel vedere Elodie Di Patrizi — in arte, semplicemente, Elodie —, sospetterebbe che tanta scintillante perfezione sia, in qualche modo, il frutto di un dolore antico. Un dolore superato, vinto. Ma non dimenticato. Quella sofferenza, dice lei, è stata la sua fortuna. La radice della sua forza. Le ha dato l’energia per ribellarsi all’ingiustizia di un destino che la voleva sconfitta in partenza, rassegnata ad accettare la vita che le offriva il luogo in cui era nata, un deserto sociale all’estrema periferia di Roma, invaso dalla droga e ignorato dalla politica.
Elodie ha raccontato la sua storia un paio di settimane fa, a Milano, nell’ambito de Il Tempo delle Donne, un ciclo di eventi organizzato dal Corriere della Sera con la partecipazione di diverse personalità del mondo della cultura e della comunicazi
I più fortunati, in questi anni, l’hanno vista recitare a teatro, il suo ambiente naturale. Io, invece, mi sono dovuta accontentare del web. È lì che l’ho conosciuta, un po’ per caso, la primavera scorsa, in un momento di insonnia. Non potendo dormire, ho pensato di dare un’occhiata al mio feed di Facebook. Satire politiche, interviste a scrittori, tutorial su prodotti di bellezza miracolosi, segmenti di vecchie puntate di Friends (eh già: se cadi nella tentazione di vederne una, poi l’algoritmo non ti lascia più in pace)… fino ad arrivare a una serie di video molto brevi — uno, due, al massimo tre minuti — nei quali appariva una strana signora al telefono.
Quella signora era la mitica Drusilla Foer, un personaggio, per me, all’epoca, del tutto misterioso. Una signora con una collezione favolosa, apparentemente infinita, di occhiali. Da sole, da vista… con la montatura rossa, nera, dorata, color madreperla… rotonda, rettangolare, a farfalla…
Una sorpresa folgorante. Le avventure telefoniche di Drusilla sono perle di ironia impertinente e sottile critica sociale. Mentre sfilano sullo schermo del telefono, uno dopo l’altro, i video che compongono questa bizzarra antologia, impariamo
Federico Emanuele Pozzi ha 29 anni, ha frequentato la facoltà di medicina all’Università Milano Bicocca e ora è uno specializzando in neurologia all’ospedale San Gerardo di Monza. Federico, come raccontava un articolo pubblicato lo scorso 14 ottobre sul settimanale di attualità l’Internazionale, è anche uno dei 1.300 volontari che hanno chiesto di partecipare, dal prossimo mese di dicembre, alla prima fase della sperimentazione del vaccino contro il Covid-19 elaborato da due aziende italiane attive nel campo delle biotecnologie, la Takis e la Rottapharm.
I vaccini contro il Covid attualmente allo studio nel mondo sono circa trecento. Alcuni — una trentina — sono già in fase di sperimentazione sugli esseri umani. All’interno di questo gruppo, dieci programmi si troverebbero attualmente nella tappa conclusiva del loro percorso sperimentale. Tanto che, secondo alcune fonti, i primi vaccini potrebbero essere disponibili sul mercato alla fine di quest’anno, o all’inizio del prossimo. Il che non dovrebbe stupirci, dati gli enormi interessi in ballo, a livello economico e politico.
E questa, in realtà, è una nota dolente. Numerosi esperti, infatti, hanno espresso un certo scetticismo in mer