Algeria, tra entusiasmo e diffidenza
Un appuntamento elettorale fittizio, una consultazione popolare pro forma coronata dalla riconferma alla presidenza di Abdelaziz Bouteflika… e poi tutto sarebbe andato avanti come prima. Sembrava un gioco da ragazzi. E invece, le cose sono andate diversamente. Dev’essere stata grande la sorpresa della classe politica algerina, lo scorso 22 febbraio.
Quel giorno, migliaia di persone sono scese in piazza, ad Algeri e in altre città del paese, per chiedere democrazia e trasparenza. Per protestare contro quella farsa. Contro “il sistema”.
Un timido risveglio
Dopo la bruciante delusione per la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018… dopo lo shock… dopo i mesi di rivalità, rivolte e sterili lotte fratricide… nelle vene del Partito Democratico comincia a scorrere un po’ di ottimismo. Si respira, finalmente, un’aria più fresca e costruttiva.
Tutto questo, grazie, soprattutto, alle persone —un milione e ottocentomila, secondo i dati ufficiali— che domenica 3 marzo hanno partecipato, in tutta Italia, alle primarie per eleggere il nuovo segretario del partito. Una sfida a tre che ha visto trionfare, con oltre il 65% dei consensi, Nicola Zingaretti, attuale presidente della regione Lazio.
“Costruiremo un nuovo Partito Democratico e nuove alleanze. Oggi, non illudiamoci, è solo l’inizio”, ha detto Zingaretti, nel suo discorso di ringraziamento agli elettori.
Il fatto che il principale partito d’opposizione italiano stia, seppur lentamente, uscendo dalla profonda crisi d’identità che lo aveva colpito negli ultimi mesi è, ovviamente, una notizia molto positiva. Non tanto (o non solo) per la leadership del partito, quanto per la salute democratica del paese.
Un fatto che appare ancor più positivo se pensiamo che, in realtà, la crisi del Partito Democ
Tutto è bene quel che finisce bene
Una grigia mattina di fine febbraio. Una fotografia scattata nel cortile di un elegante palazzo del centro di Milano: due uomini in completo scuro e cravatta si stringono la mano, sorridenti. È l’immagine che suggella un importante incontro tra due ministri: l’italiano Alberto Bonisoli, attuale responsabile del dicastero dei beni culturali, e il suo omologo francese, Franck Riester.
A dire il vero, Bonisoli e Riester non sembrano molto a loro agio. La stretta di mano è un po’ legnosa, il sorriso tirato, lo sguardo rivolto all’orizzonte. Ma il loro incontro,
avvenuto a Palazzo Litta, prestigioso polo culturale e sede milanese del ministero della Cultura, ha dato ottimi risultati. Ha messo fine a una crisi che, nata nelle sfere della politica, minacciava di avvelenare —per anni— il mondo dell’arte.
La vicenda, in Italia, è ancora fresca nella memoria collettiva. Come molti di voi ricorderanno, ne abbiamo parlato anche noi, nel nostro programma, qualche settimana fa.
Nel 2017, all’epoca del governo Gentiloni, l’Italia aveva stipulato un accordo con il Louvre, in vista del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci. Il prestigioso museo parigino, che quest’autunno ospiterà una mo
Il mito del genio solitario
Centocinquanta milioni di euro. O forse più. È quanto potrebbe fruttare una banale perdita d’acqua a una famiglia di discendenti di un ufficiale dell’esercito napoleonico.
Ma andiamo per ordine. Questa storia comincia a Tolosa, nel 2014. Durante i lavori per il restauro della soffitta di un appartamento, emerge un quadro —un grande olio su tela— nascosto in un’intercapedine. Il dipinto raffigura una scena biblica: Giuditta e Oloferne.
Il soggetto scelto, caro a molti artisti d’epoca barocca, la forza espressiva dei personaggi e la drammaticità del chiaroscuro fanno subito pensare a un artista caravaggesco. Ma c’è chi si spinge oltre, e avanza l’ipotesi che a dipingere la tela sia stato proprio lui: Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio.
A dirlo è Eric Turquin, un famoso esperto d’arte parigino, interpellato dai proprietari del dipinto. Per due anni, la scoperta viene tenuta segreta al grande pubblico. Poi, nella primavera del 2016, il quadro viene presentato ufficialmente a Parigi, con un’affollata conferenza stampa.
Il dipinto non è firmato, ma Turquin non ha dubbi: si tratta di un Caravaggio. La prova, secondo lui, sta soprattutto nel personaggio di Giuditta. Nello
Silvia Romano e la strategia del silenzio
Sono passati quasi quattro mesi dal giorno del rapimento di Silvia Romano. Silvia, una volontaria milanese di 23 anni, lavorava per Africa Milele, una piccola ONG italiana attiva nella cooperazione per l’infanzia.
La sera di martedì 20 novembre, un gruppo di otto uomini armati ha fatto irruzione a Chakama, un piccolo villaggio del Kenya sud-orientale, non lontano dalla città costiera di Malindi. Gli uomini del commando hanno ferito varie persone, ma avevano un obiettivo specifico. Cercavano Silvia. L’hanno portata via con la forza, e da quel momento, della ragazza, non si è più saputo nulla.
O meglio: nulla di concreto. Nulla che possa portare alla sua liberazione. Solo un vortice di piste false, speranze e delusioni, proclami e silenzi. Dagli iniziali proclami della polizia kenyana, che aveva avanzato l’ipotesi di un ‘sequestro lampo’… alla strategia del silenzio imposta dalle autorità italiane. Così come dalla famiglia di Silvia, che ha chiesto a tutti silenzio e discrezione. Anche a chi, nel periodo di Natale, avrebbe voluto organizzare una fiaccolata per la ragazza.
Lo scorso 21 gennaio, la polizia di Nairobi ha detto di essere certa che Silvia sia ancora in Kenya, nascosta —con