Jamal Khashoggi, quando la tragedia ha un volto
Un efferato delitto politico, un’operazione pianificata con largo anticipo. È con queste parole che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha definito l’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, scartando l’ultima versione dei fatti offerta dal regime di Riad. Quella che descrive la morte di Khashoggi come un errore, un soffocamento accidentale durante un interrogatorio.
L’Italia euroscettica
Lo scorso mercoledì 17 ottobre, il quotidiano Repubblica pubblicava un articolo dal titolo alquanto inquietante: L’Italia si scopre euroscettica: solo il 44% voterebbe per restare nell'UE; il dato più basso di tutta Europa.
Il dato —quel 44%— proviene da una fonte autorevole: è il risultato emerso da uno studio della serie ‘eurobarometro’, un sistema di sondaggi d’opinione promossi dalla Commissione europea. Il verbo “votare” si riferisce alla realizzazione di un ipotetico referendum sul modello di quello che ha dato il via al processo della Brexit.
Il risultato italiano devia molto dalla media europea, che attualmente si colloca al 66%. Vi dirò di più: tra i 28 paesi dell’Unione, quella italiana è la percentuale più bassa. Più bassa persino di quella rilevata nel Regno Unito, dove oggi il 53% degli intervistati dice di essere a favore del remain.
Dunque, mi direte voi, se è vero che soltanto il 44% degli italiani esprimerebbe un voto europeista, allora… è anche vero che il 56% voterebbe a favore dell’uscita del paese dall’Unione? Un concetto che, di fatto, ha già un nome: Italexit. No, non esattamente. A salvare la situazione, almeno per ora, è la percentuale degli indecisi, che con
Matteo Salvini dichiara guerra ai “negozietti etnici”
Matteo Salvini ha dato la notizia, come ormai fa sempre più spesso, con una diretta Facebook, mentre commentava le meraviglie del ‘decreto legge sicurezza e immigrazione’, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 24 settembre. “Un decreto che vuole portare più sicurezza nelle strade italiane”, per citare le parole di Salvini.
Dunque, la notizia è che, nel testo, ci saranno anche alcuni emendamenti. Tra questi, quello che prevede la chiusura entro le 9 di sera di quelli che Salvini chiama “negozietti etnici”. Ossia, sempre per citare le parole del ministro: “quei negozietti che la sera diventano ritrovo di ubriaconi, spacciatori e casinisti. Non è un’iniziativa contro gli stranieri, è una misura per limitare gli abusi e le irregolarità di alcuni negozi —quasi tutti gestiti da cittadini stranieri—, che la notte diventano un ricettacolo di gente che fa casino”.
Al di là degli oggettivi limiti etici del progetto, a me viene un dubbio di tipo meramente logico. Se l’obiettivo dell’emendamento fosse davvero quello sbandierato da Salvini, —cioè quello (più che legittimo, peraltro) della lotta al rumore, al consumo eccessivo di alcol e allo spaccio di droga— allora… bisognerebbe chiuder
Se il razzismo viaggia in pullman
È la sera di martedì 16 ottobre. Siamo a Trento, su un pullman che tra qualche minuto si metterà in moto, diretto a Roma. Alcuni passeggeri sono già seduti, altri stanno prendendo posto, lentamente. Il sole è tramontato da poco. Sarà un viaggio lungo, quasi dieci ore, e sull’autobus, c’è chi già sonnecchia. Potrebbe essere una tranquilla serata di metà ottobre. Potrebbe… ma purtroppo le cose non vanno così.
Improvvisamente, una signora —italiana, circa 40 anni— comincia a strillare, inferocita. “Qui no, vai via, vai in fondo, sei di un altro colore e di un’altra religione”, dice al ragazzo che sta per sedersi accanto a lei. Il tutto, sotto lo sguardo allibito dei passeggeri dei sedili vicini. Una ragazza, una studentessa di Ferrara, commenta il fatto sul suo profilo Facebook. Il post, nel giro di poche ore, diventerà virale.
La vittima di questo deplorevole episodio di razzismo è un ragazzo senegalese di 25 anni. Si chiama Mamadou, e vive da tempo a Bolzano, dove lavora come operaio in una fabbrica che assembla forni. È munito di biglietto, e va a Roma per incontrare un amico. “Non faccio nulla di male. Non sono cattivo. Voglio solo s
Una storia a lieto fine
Si dice che in quella pasticceria, appoggiato all’ampio bancone in legno di ciliegio, James Joyce, grande appassionato di dolci, scrisse varie pagine del suo capolavoro, Ulysses.
Vi parlo di Pirona, una pasticceria fondata nell’anno 1900 a Trieste, nel centrale quartiere di Barriera Vecchia. A lungo ritrovo di intellettuali e artisti, Pirona è stata per oltre un secolo una vera e propria istituzione in città, amata dai triestini e ammirata dai turisti.
Poi, improvvisamente, nell’inverno del 2017, gli eredi dello storico locale decidono di mettere tutto in vendita, spazio e mobili. È la fine di un’epoca.
O meglio, l’inizio di una serie di colpi di scena. Poco a poco, in città comincia a diffondersi una voce che descrive uno scenario ben più fosco. Sembra che gli eredi abbiano deciso di vendere i mobili liberty che decoravano il locale, e di affittare lo spazio a una società che intende usarlo per un’attività completamente diversa.
Scoppiano mille polemiche, l’indignazione ribolle nelle strade. Per Trieste, la pasticceria Pirona è un pezzo di storia, un simbolo della sua identità culturale e del suo glorioso passato letterario. Ma non solo. Pirona è anche un’importante attrazione turi