Il Senato russo ha approvato ieri una serie di leggi volte a ratificare i trattati di annessione delle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia, firmati venerdì scorso, con grande pompa, dal presidente Vladimir Putin.
Una decisione presa all’unanimità, quella del Senato russo. Nessun dubbio, nessuna voce in dissenso. Ma questo non dovrebbe sorprendere nessuno: lunedì 3 ottobre, quegli stessi trattati erano stati ratificati dalla Duma, la camera bassa del Parlamento, senza nemmeno un previo dibattito sul tema. D’altronde… perché dibattere una questione… se si è tutti d’accordo? Il pacchetto legislativo è stato presentato al Senato dal ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, il quale ha colto l’occasione per dire che al Cremlino non interessa minimamente il fatto che l’Occidente non riconosca alcuna legittimità ai referendum che hanno avuto luogo a fine settembre nell’Ucraina occupata. Una consultazione tristemente farsesca — è il caso di ricordarlo —, svoltasi in un clima di grave violenza e intimidazione.
Venerdì 30 settembre è stato un giorno cruciale. Per ore, con un sorriso beato sul volto, i giornalisti della televisione russa avevano promesso al loro pubblico “l
Sareste capaci di stare una settimana, una settimana intera, con il cellulare spento? Niente telefonate, niente mail, niente interazioni sulle reti sociali. Vi confesso che così… su due piedi… io non saprei rispondere a questa domanda. Da quando ho comprato — in ritardo rispetto alla media e dopo mille esitazioni — uno smartphone, non ho mai osato fare un esperimento del genere.
Eppure è proprio questa la sfida che hanno voluto proporre alcune università europee a un gruppo di ragazzi dai 15 ai 24 anni, una fascia d’età che passa circa cinque ore al giorno con gli occhi — e i pensieri — fissi sullo smartphone.
Qualche mese fa, 92 ragazzi spagnoli hanno partecipato a un esperimento ideato da una serie di atenei pubblici europei. Obiettivo dello studio: mappare le fonti d’informazione preferite dai ragazzi.
Ebbene, dato che, come sottolinea il Reuters Institute, il 39% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 24 anni si affida alle reti sociali per soddisfare le proprie esigenze informative, è facile immaginare quanto si siano sentiti disorientati molti tra i partecipanti allo studio, dopo una settimana di silenzio social. Poveri ragazzi: nei giorni dell’esperimento hanno dovuto avvic
“Ho preso cinque chili in questa campagna elettorale… oggi sembro una meringa”, scherza Giorgia Meloni, rivolgendosi alla folla che si accalca per vederla da vicino, per fotografarla col cellulare. È il pomeriggio di venerdì 23 settembre, e Meloni indossa un paio di pantaloni bianchi e una giacca rosa confetto. Si trova a Napoli, all’Arenile di Bagnoli, per il comizio di chiusura della campagna. Microfono in mano, esorta il suo pubblico a non abbassare la guardia, ad andare a votare, e ricorda — le sue parole accolte da un applauso scrosciante — che se domenica 25 settembre, alle urne, vince Fratelli d’Italia “salta il sistema di potere della sinistra”. La solita retorica bellicosa della politica, l’eterna ricerca di un nemico.
Ma è di abbigliamento che ora vi vorrei parlare. Perché, come sappiamo, la moda è comunicazione. E la politica, di comunicazione, si nutre. Avidamente. Una cosa, questa, che Giorgia Meloni, che ha cominciato a esplorare il mondo della politica a 15 anni, ha dimostrato di sapere molto bene.
Ecco allora che, negli ultimi anni, la leader di Fratelli d’Italia, facendo tesoro di alcune critiche ricevute sui social, ha abbandonato le borsette firmate che era solita
Allenamento e doccia in palestra. E poi, una cena veloce, in una trattoria vicino a casa. Una serata tranquilla, informale. O meglio, questa era la serata che avrebbe voluto passare, venerdì 23 settembre, Andrea Delogu, conduttrice televisiva, radiofonica, scrittrice e attrice. Ma le cose, come vedremo, sono andate diversamente.
Come racconterà la stessa Delogu in un video su Tik Tok, i proprietari del ristorante in questione, vedendola in tenuta sportiva — una tuta e una giacca —, non sono stati molto ospitali. “Possiamo avere un tavolo per due?”, aveva chiesto Andrea alla signora che stava sulla porta del locale.
Un attimo di esitazione, uno sguardo dall’alto in basso. Poi la signora dice che il ristorante è pieno, e invita Andrea e il suo accompagnatore a prenotare, la prossima volta.
Ma il locale, in realtà, è quasi vuoto, con solo tre tavoli occupati. Andrea e il suo amico si allontanano, perplessi. Camminano un po’. Poi, per confermare i loro dubbi, telefonano alla trattoria. “Vorrei prenotare un tavolo per tre persone”, dice Andrea. “Certo! Dentro, o all’aperto?”, risponde, allegra, la signora di prima.
Un tavolo disponibile, dunque, c’era. E allora… è vero che Andrea Delogu e
C’è tutta la malinconia di questi anni nel nuovo disco dei Verdena, Volevo Magia. Il primo singolo dell’album, Chaise Longue, è uscito il 19 settembre. A mezzanotte, come un incantesimo. Il testo del brano è un paradosso. Un equilibrio improbabile di rassegnazione e speranza, un nodo che non può, non vuole, sciogliersi. L’energia graffiante di fine Novecento vibra come un’eco lontana nella nuova avventura sonora di questa band nata nel ‘95 nella provincia di Bergamo. Di questo trio musicale che, all’epoca dell’esordio, era stato accolto — da stampa e pubblico, all’unanimità — come l’incarnazione italiana dei Nirvana. Lontano pure il muro di chitarre che caratterizzava il precedente lavoro del gruppo, il doppio album Endkadenz. Ora, nel nuovo disco, la chitarra e la batteria sono più gentili, e avvolgono come un abbraccio la voce eternamente adolescente di Alberto Ferrari, il cantante storico del gruppo.
Sono passati sette lunghi anni dall’uscita dei due volumi che componevano Endkadenz. Sette anni densi di impegni familiari e progetti musicali paralleli. Come la collaborazione con Iosonouncane, nome d’arte del cantautore e produttore discografico sardo Jacopo Incani. Poi, l’anno sco