Le prime proteste, lo scorso 2 gennaio, nella città petrolifera di Zhanaozen, non lontano dal mar Caspio. Lo stesso luogo dove, nel 2011, lo sciopero di un gruppo di operai che chiedevano un aumento di salario e migliori condizioni di lavoro era stato represso nel sangue.
Questa volta, ad accendere lo scontento popolare è stato l’improvviso aumento del prezzo degli idrocarburi. Una scintilla. Un nuovo costo, vissuto come un peso, una vessazione. Come un simbolo dello squilibrio sociale che lacera il paese. Dell’abisso che separa una popolazione che fatica spesso ad arrivare a fine mese da un’oligarchia rapace, sfacciatamente corrotta. Un’élite cleptomane, abile nell’appropriarsi delle risorse di una terra ricca di petrolio, gas, uranio e metalli preziosi, e perfettamente a suo agio nei paradisi fiscali del pianeta.
Mercoledì 5 gennaio, la rivolta si espande. Arriva nelle strade di Almaty, l’antica capitale del Kazakistan, tuttora la città più popolosa ed economicamente più dinamica del paese. Nel giro di poco, quella che era una protesta pacifica diventa un’accesa rivolta. Automobili bruciate, edifici pubblici in fiamme, scene di guerriglia urbana nelle strade, poliziotti e soldati a
Ormai ne parlavano tutti. Sulla stampa, sulle reti sociali. Ossessivamente. Era davvero impossibile resistere. E così, la settimana scorsa, ho visto anch’io Don’t Look Up, l’ultimo film di Adam McKay, già regista di Vice e The Big Short. Il film — una satira sociale apocalittica — ha suscitato reazioni opposte. C’è chi lo descrive come un capolavoro, e chi lo accusa di essere una narrazione autocompiaciuta e superficiale.
A me, Don’t Look Up è piaciuto molto. Mi è piaciuta la sua ironia intelligente, la lucidità con la quale osserva il nostro mondo graffiato dall’avidità e dall’ignoranza. L’avidità di imprese tecnologiche ipertrofiche, di politici incompetenti e asserviti agli interessi di chi investe nelle loro campagne elettorali, di giornalisti narcisisti e intellettualmente disonesti. Un sistema che fa leva sulla passività di una massa incapace di riflettere, negazionista della scienza e della logica, dominata da un edonismo privo di fascino, e di poesia.
In una tavola rotonda presentata su YouTube dalla rivista Entertainment Weekly, Adam McKay ha raccontato di aver avuto l’idea per il soggetto del suo film nel corso di una conversazione con un amico, il quale aveva paragonat
La sua vittima più illustre è stata, senza dubbio, Margaret Atwood, la famosa scrittrice e ambientalista canadese, autrice, tra le altre cose, del best seller distopico The Handmaid’s Tale. Ma ad attrarre il suo interesse sono state anche diverse altre stelle dell’editoria mondiale. Come Ian McEwan, Sally Rooney, Ethan Hawke e l’autore de Il codice da Vinci, Dan Brown.
Audace, informato, instancabile. Inafferrabile. Per anni, si è mosso nell’ombra, con metodo e destrezza, facendo impazzire gli editori di mezzo mondo, e catturando l’attenzione della stampa e dell’FBI. Nell’agosto dell’anno scorso, i giornalisti Reeves Wiedeman e Lila Shapiro, pubblicando un articolo sul New York Magazine, affascinati dal suo profilo enigmatico, trovarono per lui un soprannome dal sapore cinematografico: The Spine Collector.
Come racconta il New York Magazine, la mattina del 1 marzo 2017, Catherine Mörk e Linda Altrov Berg, le agenti letterarie incaricate dei diritti esteri per la casa editrice svedese Norstedts, ricevettero una mail piuttosto insolita. Una collega italiana, Francesca Varotto, responsabile della narrativa straniera per Marsilio Editori, chiedeva loro un documento riservato: il manosc
Col suo fascino schivo, ha conquistato Madonna e Netflix. Nel luglio del 2012, è apparso, insieme a Firenze, nel video del brano Turn Up the Radio, un inno alla libertà e all’edonismo. Poi, nella primavera del 2020, è stato scelto per la campagna pubblicitaria ideata per il lancio in streaming del film d’animazione I Mitchell contro le macchine: una commedia che racconta le avventure di un’eccentrica famiglia che, durante un viaggio in automobile, salva il pianeta da un gruppo di minacciosi robot ribelli.
Galliano di Mugello è un placido paesino della Toscana — frazione di Barberino di Mugello —, situato non lontano da Firenze. Le sue origini sono legate a una famiglia nobile d’epoca medievale, i conti Ubaldini, che su quel lembo di terra costruirono un castello attorno al quale, poco a poco, si formò un centro urbano.
Ma non è a causa della sua ricca storia se oggi vi parlo di Galliano di Mugello. Come ricordava un articolo pubblicato sul Guardian domenica 2 gennaio, passare qualche ora a Galliano — data l’assenza di una copertura di telefonia mobile — è come fare un tuffo nel passato. Al bar del paese, un luogo che funge anche da edicola, non si sente l’indiscreto borbottio delle
Il 1° agosto 2021 — il giorno in cui avrebbe vinto, alle Olimpiadi di Tokyo, la medaglia d’oro nei 100 metri piani — Marcell Jacobs si era svegliato alle 5 e 40 del mattino. Presto, troppo presto. Mancavano ancora molte ore all’evento che l’avrebbe visto protagonista, in programma per la sera. Un’eternità. Difficile non pensare alla gara. Come tenere a bada la tensione che cominciava a montare? Non di certo leggendo i giornali, colmi di notizie sulle Olimpiadi. La Gazzetta dello Sport aveva persino pubblicato una sua fotografia, in formato gigante, in prima pagina. L’uomo dei sogni, recitava, trionfante, la didascalia.
Un’occhiata al telefono. Marcell, in cuor suo, sa che deve fare: chiamare Nicoletta, la sua mental coach, che in questa fase lo segue da Roma. Nicoletta lo ascolta, aggiunge qualche consiglio al momento giusto. Poi gli propone degli esercizi per la respirazione. Venti minuti, e la tensione, poco a poco, si scioglie. Marcell recupera la calma, la fiducia in se stesso. Le ore, ormai, scivolano tranquille… e lui le assapora come se fosse in spiaggia, con un cocktail in mano. Poi, in pista, mentre l’urlo “Ai vostri posti!” corre nell’aria, una voce interiore gli sussurra: