| Romina: | Mi piacerebbe sapere cosa pensi della manifestazione, organizzata dalle associazioni femministe lo scorso 21 giugno a Perugia, di fronte al palazzo del Consiglio della Regione. Ho letto che migliaia tra attivisti e politici hanno contestato la decisione della Giunta di centrodestra di imporre alle donne, che chiedono di sottoporsi ad aborto farmacologico, un ricovero ospedaliero di tre giorni. Prima di questo provvedimento, si poteva abortire, prendendo la pillola RU486 in regime di day hospital, in ambulatorio o addirittura a domicilio, sotto stretta osservazione medica. La presidente della Regione Umbria, la leghista Donatella Tesei, ha difeso la decisione, sostenendo che in Italia “le donne sono libere di scegliere, ma che devono farlo in sicurezza”. Le associazioni femministe hanno fortemente criticato questo intervento legislativo, perché, a loro dire, rende più difficoltoso ricorrere all’aborto e anche più rischioso, per via dell’elevato rischio di contagio negli ospedali. |
| Chiara: | Su questo tema, sono d’accordo con il movimento femminista, Romina. Il rischio di contrarre il Covid-19 negli ospedali è davvero elevato. Inoltre, il Consiglio regionale umbro ha sostanzialmente ridotto le opzioni a disposizione delle donne, rendendo la decisione di interrompere la gravidanza ancora più complessa e psicologicamente gravosa. Poter abortire nel nostro Paese è ancora piuttosto problematico, soprattutto per l’elevato numero di medici, infermieri e farmacisti, obiettori di coscienza. |