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Il lago d’Orta, un piccolo lago di origine glaciale a metà strada tra Milano e il confine svizzero, è una gemma nascosta. Cenerentola —come lo chiamano i milanesi con un’allusione alle due ‘sorelle’ più celebri, il lago di Garda e il lago di Como— è uno specchio d’acqua di colore blu intenso, cinto da un anello di colline boscose. Al centro, l’isola di San Giulio, con il suo placido borgo medievale e le sue allegre trattorie.

Un’immagine da cartolina, perfetta. Ma quelle acque blu, in realtà, nascondono un imbarazzante segreto.

Nel secolo scorso, dagli anni Venti agli anni Sessanta — in epoca di scarsa consapevolezza ambientale—, il lago venne usato come bacino di scarico per le sostanze tossiche prodotte dalle fabbriche della zona. Solfati di rame, cromo, nichel, zinco e via dicendo. Un micidiale cocktail di veleni, che finì per alterare pesantemente l’equilibrio biologico del lago.

Nell’89, finalmente, prese il via un progetto di risanamento. La tecnica utilizzata, conosciuta come liming, consentiva di depurare le acque intrappolando i metalli tossici e facendoli precipitare sul fondale del lago.

Un successo solo superficiale. Letteralmente. Ancora oggi, infatti, rimane da risolvere

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