È apparso stanco, fisicamente provato, Erdogan, la scorsa domenica, mentre infilava la sua scheda elettorale nell’urna, davanti ai flash dei fotografi. Di certo, non aveva l’aria di chi è sicuro di vincere. E, in effetti, la consultazione elettorale per il rinnovo della presidenza della Repubblica — o meglio: il suo primo turno, perché ora sappiamo che gli elettori turchi saranno chiamati ad esprimere un nuovo voto il 28 maggio — non è stata un trionfo, per lui.
Per la prima volta, il futuro politico di quest’uomo potente, all’apice dello Stato turco da circa vent’anni — inizialmente, come primo ministro; poi, per due mandati consecutivi, come presidente della Repubblica — appare in bilico. Tanto una sua riconferma alla vetta del potere come una sua sconfitta avranno ampi riflessi sugli equilibri geopolitici, mediorientali e globali. Dalle questioni migratorie ai rapporti con la Russia e l’Unione europea, alle dinamiche all’interno della NATO.
I sondaggi preelettorali davano un leggero vantaggio a Kemal Kilicdaroglu, capo del principale partito d’opposizione e candidato della “Tavola dei Sei”, una coalizione che riunisce sei formazioni contrarie a Erdogan.
Kilicdaroglu — erede idea
Una visita lampo, in una Roma blindata. Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa del suo paese, Volodymyr Zelensky ha realizzato una visita di Stato in Italia, parte di un breve tour europeo che l’ha visto anche a Berlino, Parigi e Londra.
Il presidente ucraino è atterrato a Roma lo scorso sabato, alle 10 del mattino. Fitta l’agenda degli incontri. Prima un colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Poi l’incontro, molto amichevole, con la premier, Giorgia Meloni. Prima della conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi, Meloni e Zelensky hanno conversato in privato per 70 minuti circa. In inglese e senza interpreti.
Davanti ai giornalisti, Meloni, come aveva già fatto Mattarella, ha ribadito il pieno sostegno dell’Italia allo sforzo bellico ucraino. “Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina. Abbiamo ribadito al presidente Zelensky il nostro sostegno a 360 gradi, per tutto il tempo che sarà necessario, e oltre”.
L’avverbio “oltre” si riferisce, tra le altre cose, alla ricostruzione infrastrutturale ed economica dell’Ucraina. “Bisogna guardare oltre il conflitto. Oltre l’ingiusta aggressione russa. Quella di Kiev è una guerra di chi crede nel futuro”,
Fabio Rolfi non ha vinto la sua scommessa. La scorsa domenica non è stato eletto sindaco di Brescia, la seconda città più popolosa della Lombardia, dopo Milano. Ma questo poco importa, perché la storia personale del signor Rolfi riflette bene l’evoluzione della destra bresciana, che sembra aver abbracciato un cambiamento di paradigma.
Dopo aver lanciato, lo scorso dicembre, la sua candidatura alla carica di sindaco, Rolfi — di certo consigliato da un abile gruppo di esperti in comunicazione elettorale — si era presentato al pubblico come un conservatore morbido: moderato, sobrio, pragmatico. Un politico al passo con i tempi, pronto a riconoscere il valore dell’immigrazione.
Una “folgorazione sulla via di Damasco”, quella di Rolfi, che, come dice il suo profilo sul sito web della Regione Lombardia, milita, sin dall’adolescenza, nelle file della Lega, un partito che con l’immigrazione… non è mai stato tenero.
Vedere per credere: nelle liste che hanno sostenuto la candidatura di Rolfi brillavano diversi nomi di origine straniera. Lo scorso 3 maggio, inoltre, Rolfi ha incontrato i rappresentanti del centro culturale islamico di Brescia. Un passo importante, simbolico.
La conversione di
Negli ultimi anni, anche grazie alle nuove sensibilità accese dal movimento #MeToo, il mercato dell’arte, sempre a caccia di emozioni e tendenze da lanciare, ha scommesso su un collettivo un tempo inesplorato: quello delle pittrici europee attive tra il Cinquecento e l’Ottocento, donne ricche di talento e coraggio.
Era il 30 gennaio 2019 quando Sotheby’s New York, nel contesto dell’asta Master Paintings Evening Sale — un successo commerciale con un incasso di oltre 50 milioni di dollari —, presentava, con vasta eco mediatica, un evento dedicato alle opere di alcune artiste attive in Europa in epoca pre-contemporanea: The Female Triumphant. Tra loro, le più note erano Artemisia Gentileschi — all’asta col dipinto San Sebastiano e Irene, una composizione in stile caravaggesco di magnetica bellezza — e Fede Galizia, nota, soprattutto, per le sue splendide nature morte con fiori e frutta.
In linea con i leader globali del mercato dell’arte, negli ultimi anni, numerosi musei hanno mostrato interesse per le opere di alcune pittrici del passato, ingiustamente eclissate dalla storia. Nell’autunno del 2019, a Madrid, il Museo del Prado inaugurava una mostra dedicata a due talentuose artiste it
Io ho avuto il privilegio — o la sfortuna, dipende dai punti di vista — di frequentare l’università nella città dove sono nata. Le lezioni del mio corso di laurea si svolgevano in un edificio bianco concepito in epoca fascista. Un palazzo volutamente monumentale, gelido e solitario, sulla cima di una collina da cui si vedeva il mare. Ricordo splendidi tramonti rosso fuoco, nei pomeriggi d’inverno. Contemplare quello spettacolo, dopo le lezioni, era un piacere assoluto. Un momento di pace.
Un piacere, e una pace, che alcuni miei compagni — quelli che dovevano affrettarsi verso la stazione per non perdere il treno che li avrebbe riportati a casa, nel loro comune di residenza — non potevano certo permettersi. Quei bei tramonti infuocati, loro, intenti a correre lungo la scalinata che scendeva verso la fermata dell’autobus — primo passo del tragitto verso casa — non li vedevano nemmeno.
Altri compagni, più fortunati, avevano preso in affitto un appartamento, o una stanza, o, a volte, soltanto un letto in una stanza condivisa, e vivevano in città. Potevano godersi in pace il mare e i tramonti, i teatri e i caffè.
Pur rappresentando un certo impegno economico, i prezzi degli affitti, all’