Lo scorso 11 aprile ha segnato il quarto anniversario della caduta di Omar al-Bashir, il dittatore che aveva governato il Sudan per trent’anni. Purtroppo, nel grande stato africano che confina a nord con l’Egitto, la transizione democratica era ancora in affanno. Ma nelle ultime due settimane è saltata in aria del tutto ed è scoppiata la guerra. Più di 400 persone hanno perso la vita negli scontri, migliaia sono ferite e le immagini che arrivano raccontano di lunghe carovane di uomini, donne e bambini che scappano dai bombardamenti a piedi, trascinando valigie e borse. Nemmeno la tregua proclamata per la fine del Ramadan ha tenuto. La soluzione del conflitto non sembra vicina: il rischio più grande è che si trasformi in una guerra civile duratura, in un paese già fragile, attraversato da conflitti etnici, in un’area geografica tutt’altro che stabile.
Facciamo un passo indietro per capire cosa sta succedendo. Da mesi, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo di Stato de facto, e il suo vice Mohammad Hamdan Dagalo, detto “Hemetti”, conducono una guerra nascosta per il controllo di questo paese di oltre 40 milioni di abitanti. Negli ultimi anni, Hemetti si è creato un esercito parallel
Quando si parla delle persone che arrivano sulle nostre coste dopo viaggi estenuanti e pericolosissimi, nelle chiacchiere da bar o… in parlamento… purtroppo, arriva sempre il momento in cui qualcuno dice, lapidario: “bisogna aiutarli a casa loro”.
In linea di principio, “aiutarli a casa loro” non è un cattivo proposito, secondo me. Vuol dire avere relazioni commerciali sane e non predatorie, considerare aiuti tecnologici e sostegni economici, affinché nei paesi più poveri si inneschi un circolo virtuoso di occasioni, opportunità di lavoro e di studio che rendano libera - e non obbligata - la scelta di emigrare.
Nel dibattito pubblico italiano, però, questa formula è spesso promossa da chi vede negli stranieri una minaccia all’identità nazionale, un pericolo per la sicurezza e l'ordine pubblico, o l’inizio di un’invasione. Questi sono concetti espressi più volte da esponenti della Lega Nord e di Fratelli d’Italia. Partiti che, da settembre, governano l’Italia. Detto da loro, l’espressione “aiutiamoli a casa loro” suona come “fuori da casa nostra”, in una opposizione tra noi e loro che nasconde maldestramente il proposito di bloccare i migranti all’origine, di non farli salpare dall’
Il 26 febbraio era domenica. Intorno alle 4 del mattino, un’imbarcazione che trasportava oltre 180 migranti è naufragata a circa 200 metri dalla costa ionica della Calabria, di fronte a Steccato di Cutro, un paese in provincia di Crotone.
La barca, un vecchio peschereccio a motore, era partita quattro giorni prima dalla Turchia, con ogni probabilità dalla città di Smirne, e trasportava migranti che avevano pagato alcune migliaia di euro per fare il viaggio, secondo le loro testimonianze. Non ci sono certezze sul numero dei passeggeri: erano almeno 180, ma secondo altre testimonianze 250, provenienti in maggioranza da Afghanistan, Pakistan, Siria, ma anche Iran, Somalia e Palestina. Pochissimi dei migranti avevano giubbotti di salvataggio, molti non sapevano nuotare: sono finiti in mare e molti sono annegati immediatamente, mentre qualcuno è riuscito ad arrivare alla spiaggia.
Il 9 marzo, il Consiglio dei ministri si è riunito proprio a Cutro, invece che a Palazzo Chigi, a Roma, per dare un segnale della volontà di affrontare la questione. E infatti, l’esecutivo ha approvato quel giorno un decreto tutto dedicato all’immigrazione. Il cosiddetto “decreto Cutro”, elaborato dal ministro
C’è un’espressione molto usata in Italia, mutuata da un’attività fondamentale nella cultura popolare: mangiare. L’espressione a cui mi riferisco è “mordi e fuggi”. Letteralmente, fa riferimento a uno spuntino veloce, magari consumato in piedi, inghiottendo qualsiasi cosa serva a continuare la giornata. Quasi un atto contro natura per l’italiano medio. Ma dalla tavola, l’espressione è passata a descrivere molteplici aspetti della vita. L’enciclopedia Treccani la spiega così: “Nel linguaggio parlato si dice di atti, operazioni, interventi… fatti in gran fretta o in maniera superficiale”. La formula “mordi e fuggi” si usa di frequente per indicare un certo tipo di turismo frettoloso, fatto da tour organizzati che attraversano il paese in meno di una settimana, con pranzi a menù fisso e corse da un monumento a una vista mozzafiato. E poi via! Tutti sul pullman! A guardare le foto scattate con il cellulare.
Questo tipo di permanenze nel nostro paese rappresenta un vero cruccio per gli abitanti e per gli amministratori. Da anni ci si interroga su come trasformarlo in un turismo a ritmo più lento, meno nocivo per l’ambiente, per il patrimonio artistico e per la pazienza dei residenti.
In It
Domenica 17 aprile è stata una serata speciale al Majestic Theater di Broadway, a New York. In cartellone c’era Il Fantasma dell’Opera, del compositore Andrew Lloyd Webber e prodotto da Cameron Mackintosh. Fin qui, nessuna novità, visto che lo spettacolo era alla sua 13.981esima replica. Non occorre che vi mettiate a contare, vi facilito il compito: era in cartellone da 35 anni. Domenica scorsa, però, l’atmosfera era frizzante e l’emozione palpabile perché… andava in scena l’ultima replica. Proprio così, il sipario è calato per l’ultima volta su uno spettacolo che batte tutti i record di longevità.
Nessun altro musical nella storia di Broadway era rimasto in cartellone così a lungo. Dalla prima del gennaio 1988, più di venti milioni di persone lo hanno visto, pagando oltre 4 miliardi di dollari in biglietti, per un incasso - al netto delle spese di produzione - di più di un miliardo di dollari.
L’ultima rappresentazione de Il Fantasma dell’Opera è stata ovviamente un evento particolare: il pubblico era composto solo da persone che avevano ricevuto un invito: tantissimi attori in passato protagonisti del musical, celebrità, artisti, più i fan vincitori di una lotteria organizzata pe