Lo scorso 3 ottobre, il Consorzio Internazionale per il Giornalismo Investigativo, pubblicava su vari organi informativi alcuni segmenti di una lunga e meticolosa inchiesta denominata Pandora Papers: quasi 12 milioni di documenti riguardanti beni registrati in vari paradisi fiscali, appartenenti a una ristretta rosa di persone ricche e potenti. Così ricche e così potenti da poter aggirare a piacimento leggi e sistemi fiscali. L’inchiesta interessava oltre 90 paesi, e un arco temporale di 25 anni.
Non era la prima volta che si pubblicavano rivelazioni del genere. Nel 2016 c’erano stati i Panama Papers ; l’anno dopo, i Paradise Papers. Ma i Pandora Papers erano un progetto dalle dimensioni colossali. Per ben due anni, oltre 600 giornalisti avevano analizzato migliaia di documenti, immagini, messaggi di posta elettronica e fogli di calcolo relativi a società offshore, conti bancari segreti, yacht e jet privati, sontuose ville e opere d’arte. Dati diffusi da società di consulenza offshore situate in luoghi noti per la loro bellezza e, soprattutto, per il loro lassismo fiscale: Singapore, Isole Vergini britanniche, Monaco, Panama, Svizzera.
Rimaniamo in Svizzera, perché è su questo pae
La sera del 30 aprile 1993, una densa folla stava in attesa davanti all’Hotel Raphaël, residenza romana di Bettino Craxi, ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Partito Socialista Italiano. “Eccolo, eccolo!”, aveva improvvisamente urlato qualcuno, notando un movimento all’interno dell’edificio. Immagino che, quel giorno, Craxi avrebbe voluto tanto avere il dono dell’invisibilità. Invece, una volta varcata la soglia dell’hotel, dovette sopportare gli insulti di una massa inferocita che, trattenuta a stento da un cordone di agenti di polizia, gli lanciava contro monete e banconote.
Come si era arrivati a quell’esplosione di rabbia popolare?
Milano, 17 febbraio 1992. Sono da poco passate le 6 del pomeriggio quando un gruppo di carabinieri entra nell’ufficio del socialista Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, una casa di cura per anziani. Chiesa è sorpreso in flagranza di reato, nell’atto di intascare una tangente. Sette milioni di lire, in contanti.
A versare quella somma, un piccolo imprenditore lombardo, Luca Magni, proprietario di una società di pulizie. Ma quel pagamento era, in realtà, una trappola. Magni, infatti, stanco della crescente avidità di Chiesa,
La sua storia l’hanno raccontata molti giornali, in questi giorni. Leonard ha ventisei anni, ed è arrivato in Italia viaggiando su una barca carica di migranti, come lui. Qualche anno fa, ha lasciato il suo paese, la Nigeria, e ha cominciato un lungo percorso verso nord. Verso la Libia, punto di partenza di tante traversate. Lui, in realtà, si ritiene fortunato, perché, a differenza di tanti altri, ce l’ha fatta. L’imbarcazione su cui viaggiava è stata soccorsa, e lui è sbarcato a Trapani, in Sicilia. Era il 6 dicembre del 2016, un martedì. Leonard ricorda bene quel viaggio. L’angoscia delle ore passate tra le onde del Mediterraneo. Il limbo dei centri per migranti di Milano e Bergamo.
Due anni fa, Leonard arriva a Roma, e la voglia di costruirsi una nuova vita lo spinge a inventarsi un lavoro, davanti all’ingresso di un supermercato. Una strada scelta da molti migranti. Lui sceglie la Coop di via Laurentina, nella periferia romana.
Ogni mattina, dopo un tragitto in autobus, Leonard si sistema davanti al supermercato, per dare inizio alla sua giornata lavorativa. Aiuta qualche cliente a caricare in macchina i sacchetti della spesa e riporta al piano terra i carrelli che gli acquiren
Umili barche di legno, protagoniste di una storia che sembra uscita dalle Metamorfosi di Ovidio. Barche di legno colorato che, cariche di migranti, hanno conosciuto il gelo ferreo del mare invernale e il sole infuocato dell’estate, quello che brucia la pelle, che si beve ogni lacrima. Barche di legno leggero, partite, anni fa, dalle coste dell’Africa del Nord. Dalla Libia, dalla Tunisia. Strette dalle dita di mille mani stanche. Barche che hanno conosciuto la disperazione e la speranza, e il coraggio infinito di chi non ha nulla da perdere, ma desidera, con tutta l’anima, un futuro. Un futuro per sé, per i propri figli. Barche che hanno visto, un giorno, il profilo di un’isola piccola e selvaggia, una terra color senape nel blu. Lampedusa. Lì, su quelle rocce ricoperte di ginepri e capperi, quelle barche hanno trovato, finalmente, un momento di calma, di pace immobile.
Ma ora, si volta pagina. Ora è tempo di mettersi di nuovo in viaggio. Per dieci di quelle barche, c’è un progetto, una nuova vita che aspetta. Una metamorfosi, alle porte di Milano. Viaggiando su una nave di linea, le assi di legno di quelle barche arriveranno a Porto Empedocle, in Sicilia. Da lì, proseguiranno il lo
Il Mart, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, nel dare forma alla mostra che dedica ad Antonio Canova — e che sarà visitabile fino al 18 aprile — ha scelto un cammino estremamente originale.
Canova, tra innocenza e peccato — questo il titolo della mostra — si propone infatti di sviluppare un dialogo col presente, esplorando l’influsso delle opere del grande scultore veneto sui linguaggi artistici della contemporaneità, dalla scultura alla fotografia, mettendo in rilievo echi e contrasti.
Ed è forse proprio nel campo della fotografia che il percorso espositivo ideato dal Mart si accende di un fascino speciale. Qui, il protagonista assoluto, il centro di ogni riflessione, è il corpo. E, in questo caso, gli approcci sono due. Alcuni artisti, come Helmut Newton, Edward Weston o Irving Penn, scelgono la linea canoviana, contemplando il corpo nel suo equilibrio e nella sua bellezza armonica. Altri, come Miroslav Tichý, Jan Saudek e Joel-Peter Witkin, sembrano scegliere la via opposta, celebrando la bellezza esplosiva dell’imperfezione, l’onda esaltante di una fantasia senza freni.
E quando si parla di corpo scolpito… non si può ignorare quella che, insieme ad Am