Dopo settimane di critiche e minacce più o meno larvate, lo scorso 13 gennaio, il senatore Matteo Renzi ritirava formalmente il suo partito, Italia Viva, dalla coalizione che sosteneva il governo Conte. Due le ministre ‘renziane’ fino a qualche giorno fa nell’esecutivo: Elena Bonetti, a capo del dicastero per le Pari opportunità e la Famiglia, e Teresa Bellanova, ministra per le Politiche agricole, alimentari e forestali.
Lo strappo di Italia Viva costringeva Conte a chiedere al Parlamento una conferma della fiducia per il suo governo. Un fastidio, certo, ma non un dramma. Il premier sapeva, infatti, di poter contare sull’appoggio della Camera. E così è stato. Lunedì 18 gennaio, poco prima delle 9 di sera, il presidente del Consiglio otteneva la fiducia dell’assemblea, con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti.
Più complesso si annunciava l’appuntamento fissato per il giorno dopo, al Senato, che minacciava di essere un vero e proprio scoglio. A palazzo Madama, in un lungo e accorato discorso, Conte ricordava la “solida vocazione europeista e riformatrice” del suo esecutivo, aprendo l’alleanza governativa a chiunque avesse “a cuore il destino dell’Italia”. Il premier si è ri
E finalmente è arrivato mercoledì 20 gennaio, il giorno in cui Joe Biden e Kamala Harris hanno prestato giuramento, rispettivamente, come presidente e vice presidente degli Stati Uniti. Un giorno che ha segnato il coronamento di un lungo cursus honorum per Biden, una conquista storica per Harris e, per milioni di persone in tutto il mondo, la fine di un’aberrazione durata più di quattro anni.
Una cerimonia bella, armoniosa, davvero commovente. Una cerimonia illuminata da un discorso presidenziale incentrato sui valori della democrazia e dell’unità sociale, allietata dalla voce di due star come Lady Gaga e Jennifer López e, per un attimo, persino da piccoli fiocchi di neve. Quasi un segnale, un simbolo di catarsi e rinascita.
Ad accogliere l’arrivo del corteo presidenziale, una Washington irriconoscibile: vuota e vagamente apocalittica. In un momento storico su cui grava il peso dell’emergenza Covid e — innegabile dopo l’attacco a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio — della violenza di estrema destra, vibrava l’assenza delle folle che tradizionalmente accompagnano le cerimonie di insediamento di una nuova Amministrazione.
Quest’anno, al posto di una folla festante e curiosa, un’infinit
Anni fa, un amico regista mi raccontò che, al momento di presentare al mondo il suo primo film, seguendo il consiglio di un professore per cui aveva grande stima, aveva deciso di essere ambizioso, e di puntare in alto. Scartando l’idea, forse più ovvia e di certo meno coraggiosa, di presentare il suo film a un festival cinematografico locale, aveva proposto l’opera alla Berlinale, il prestigioso festival del cinema che si tiene, ogni inverno, nella capitale tedesca. Non puntava all’Orso d’oro né a quello d’argento, naturalmente. Voleva solo dare al suo lavoro la visibilità che si meritava. Tentar non nuoce, non è così?
Come forse avrete intuito, l’ambizione del mio amico venne premiata. Il suo film fu ammesso in concorso, e lui, insieme ad alcuni collaboratori, volò a Berlino per la proiezione ufficiale dell’opera. Un piccolo trionfo, con tanto di applausi scroscianti, foto di gruppo e passeggiata sul red carpet.
Immagino che sia stato un ragionamento simile ad animare Rosario Esposito La Rossa, direttore editoriale della Marotta&Cafiero, una piccola casa editrice attiva nel quartiere di Scampia, nella periferia napoletana. Anche Rosario ha deciso di essere ambizioso. E di puntare in
Una folla di casette colorate affacciate sul mare. Celeste, rosa antico, arancio bruciato, giallo limone. Barche a vela e piccoli motoscafi sospesi sul blu. E all’orizzonte, l’ombra antica del Vesuvio.
Cantata, in epoca romana, da Giovenale e Virgilio. Protagonista, nel Medioevo, della sesta novella del Decameron di Giovanni Boccaccio. Celebrata, nel 1957, ne L’isola di Arturo, il romanzo con cui Elsa Morante, prima donna a ricevere tale onore, vinse il Premio Strega. Non c’è che dire: la piccola isola di Procida è nata per piacere. Per affascinare e accendere un desiderio di possesso in chi la guarda. Tanto che, nei secoli, i suoi 3,7 chilometri quadrati sono stati un ambito, irresistibile, territorio di conquista. In epoca romana, fu luogo di villeggiatura per l’aristocrazia. Con la fine dell’Impero romano d’Occidente, conobbe un’epoca di violenza e incertezza: Vandali, Goti, pirati saraceni. Poi, con l’avvento dei Borbone nell’Italia del Sud, Carlo Sebastiano, re di Napoli e di Sicilia, e futuro re di Spagna con il nome di Carlo III, la scelse come riserva personale di caccia.
In epoche più contemporanee, Procida, con la sua bellezza raggiante, è diventata un’ambita meta turistic
Napoli, un pomeriggio di gennaio. Due agenti di polizia posano per una fotografia ufficiale. Mascherina chirurgica, braccia incrociate dietro la schiena, sguardo fiero. Tra loro, su un cavalletto di legno, c’è un piccolo dipinto a tema religioso. Un olio su tavola, si direbbe.
Il protagonista del dipinto è un Cristo che ci guarda dritto negli occhi. Intenso, enigmatico. Ha la mano destra alzata, in segno di benedizione. Nella sinistra, una sfera di cristallo.
Un’immagine piuttosto familiare, vero? Eh sì. In effetti, il quadro che vi ho descritto è una copia di un dipinto ben più famoso. Diciamo che è un cugino povero del Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, venduto all’asta nella sede newyorkese di Christie’s, nel 2017, per una cifra da capogiro: oltre 450 milioni di dollari. Un dipinto che, dopo aver fatto molto parlare di sé all’epoca dell’acquisto (rigorosamente anonimo), sembra ora svanito nel nulla. L’acquirente? Con ogni probabilità, il principe saudita Mohammed bin Salman. Ma non divaghiamo, e torniamo a Napoli…
Dunque, lo scorso 18 gennaio, la squadra mobile di Napoli comunicava il felice epilogo di un caso investigativo che aveva visto come protagonista un dipinto risalente