“Chi ha soldi e una buona rete di contatti riesce a farsi vaccinare senza attendere il proprio turno”, mi scriveva l’altro giorno Michael, un mio amico che vive a Brooklyn. Michael si riferiva alla città di New York, dove, in questo momento, il potere che deriva da un alto status sociale offre sostanziosi privilegi anche nell’ambito dell’attuale campagna di vaccinazione di massa contro il Covid. Ma la sua frase potrebbe applicarsi a molti altri luoghi, in tutto il mondo.
Ha fatto scandalo, alla fine di gennaio, su giornali e reti sociali, il comportamento spregiudicato e arrogante di una ricca coppia canadese, lei attrice, lui dirigente di casinò. I due, dopo aver noleggiato un aereo, si sono presentati in un centro urbano dello Yukon, nel Canada nord-occidentale. Lì, si sono finti dipendenti di un motel del luogo per poter ricevere il vaccino elaborato dalla società biotecnologica Moderna, due dosi che spettavano di diritto a due abitanti della comunità indigena locale.
Ormai, il cosiddetto ‘turismo del vaccino’ è un fenomeno globale, l’ultima moda tra i super ricchi di ogni dove. Come ricordava un articolo pubblicato su Repubblica lo scorso 10 febbraio, molti plurimilionari spend
Sembra passato un secolo da quando Giuseppe Conte, ancora in qualità di presidente del Consiglio, cercava di ottenere in Parlamento un rinnovato sostegno per il suo governo, dopo l’abbandono del partito di Matteo Renzi, Italia Viva. Di fatto, per un po’, era sembrato che l’obiettivo in questione fosse raggiungibile. La sera del 18 gennaio, Conte aveva ottenuto la fiducia della Camera. Il giorno dopo, seppure più tiepidamente, anche il Senato gli confermava la propria fiducia.
Nella sontuosa aula del Senato, Conte si era lanciato in un discorso drammatico e appassionato, ricordando la “solida vocazione europeista e riformatrice” del suo esecutivo, e aprendo l’alleanza governativa a chiunque avesse “a cuore il destino dell’Italia”.
Ricordo una fotografia scattata quel giorno. Un’immagine emblematica. Conte siede su una delle poltrone di velluto rosso di palazzo Madama. L’elegante completo blu che indossa è impeccabile, ma il linguaggio del corpo lo tradisce: le gambe nervosamente accavallate, la posizione obliqua di un braccio, le spalle curve, lo sguardo rivolto all’insù, teso e incerto.
Alle 9 del mattino del 26 gennaio, Giuseppe Conte presiedeva l’ultimo consiglio dei ministri del
“Sono felice, perché l’Italia, oggi, è in buone mani. Mario Draghi è un uomo molto speciale. In tanti mi hanno criticato per aver avviato una crisi di governo nel corso di una pandemia. Ma, in realtà, proprio questo momento di crisi offriva all’Italia un’incredibile occasione. E Mario Draghi, a mio avviso, è il migliore, il più adatto a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio in un periodo come questo”, afferma Matteo Renzi con entusiasmo. Alle sue spalle, appoggiata su un caminetto di marmo, una fotografia in bianco e nero: un’immagine di Firenze, la città di cui, in un’epoca che sembra ormai lontana, è stato sindaco.
L’endorsement dell’ex premier per Mario Draghi — dal 13 febbraio, nuovo capo del governo italiano — arriva nel corso di un’intervista con la rete televisiva CNBC. Solo una tra le tante rilasciate nelle ultime settimane da Renzi, più iperattivo che mai.
“Nel contesto attuale, avevamo bisogno del miglior giocatore. Se guardate alle reazioni dei mercati finanziari e dei leader internazionali… e alla fiducia dei nostri cittadini… beh, è un miracolo!”, diceva un Renzi trionfale al quotidiano economico britannico Financial Times.
Per un colloquio col giornale france
Quello di Marta Cartabia, ministro della Giustizia nel neonato governo Draghi, è un curriculum vitae folgorante. Dopo il liceo, una laurea con lode in giurisprudenza, nell’87, presso l’Università degli Studi di Milano. Il titolo della sua tesi — Esiste un diritto costituzionale europeo? — rivela, già allora, una forte passione europeista, un interesse verso una dimensione continentale della riflessione giuridica.
Negli anni ‘90, Marta Cartabia colleziona nuove soddisfazioni: un dottorato di ricerca in legge presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole e una specializzazione in giustizia costituzionale comparata in Francia, all’Università di Aix-Marseille. Non mancano, poi, numerose collaborazioni con prestigiose riviste e varie attività di ricerca all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Tra queste, un periodo come research fellow presso la University of Michigan Law School di Ann Arbor.
Nel decennio successivo, Cartabia concentra il suo impegno in Italia. Dal 2004 al 2011, è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Poi, dal 2011 al 2020, ricopre la carica di giudice della Corte costituzionale. Di fatto, dal dicembre 20
Ogni anno, d’inverno, Capraia rimane sola in mezzo al mare. Respira libera, si rilassa. Si riposa. Il tempo trascorre con un ritmo lento, antico, tra il profumo dei pini marittimi mossi dal vento e le chiacchiere tranquille degli abitanti del luogo. Senza il continuo via vai dei traghetti che, nella bella stagione, la collegano all’isola d’Elba, o alla città di Livorno, questa piccola isola vulcanica dell’arcipelago toscano si dondola in un clima sonnacchioso. Su tutto, domina il Forte di San Giorgio, un castello costruito verso la metà del ‘500 dalla Serenissima Repubblica di Genova per proteggere le coste dell’isola dalle incursioni del corsaro ottomano Dragut, terrore del Mediterraneo.
Quest’anno, però, la proverbiale pace invernale dell’isola sembra irrimediabilmente incrinata. Negli ultimi mesi, infatti, a causa di una misteriosa serie di furti, a Capraia si respira un crescente clima di sospetto. La ragione è semplice: il colpevole, con ogni probabilità, non è uno sconosciuto, un anonimo turista di passaggio, ma una delle 400 persone che vivono sull’isola stabilmente, anche d’inverno. Una persona del luogo, dunque, un membro di una comunità che ama immaginarsi unita e coesa: