“Ognuno sia protagonista di questa grande battaglia”, diceva lunedì 9 marzo Giulio Gallera, avvocato e assessore comunale al welfare per Milano, in un videomessaggio alla collettività. Gallera non è il solo ad aver fatto appello al senso di responsabilità della popolazione italiana in queste ore difficili, segnate dall’avanzare dell’epidemia del coronavirus di Wuhan.
Il motivo è semplice: la pressione sui reparti di terapia intensiva degli ospedali è ormai al limite. Eppure, molte persone sembrano non aver ancora colto la gravità della situazione.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è, come sempre, elegantissima. Indossa un cappotto color cammello, pantaloni neri e una giacca di lana grigia. Al collo, un foulard a pois. Osserva il panorama dall’oblò di un elicottero. Sotto il suo sguardo attento, si estende una terra di confine, segnata dal fiume Evros. A occidente, la Grecia. A oriente, la Turchia.
La fotografia occupa la parte centrale della prima pagina di Repubblica, ed è stata scattata martedì 3 marzo, nel cielo sopra Kastanies, un villaggio in riva al fiume. Poche case e una chiesetta giallo limone dedicata a San Giorgio. A pochi metri, la frontiera. Lì, decine di migliaia di profughi — siriani, per la maggior parte — chiedono di poter entrare in Europa. Chiedono rifugio e asilo politico. Si sono messi in viaggio istigati dalle autorità turche, che hanno fatto loro credere che il confine greco fosse aperto.
Nella sua visita, Ursula von der Leyen è accompagnata da un gruppo di alti funzionari e politici venuti da Atene e da Bruxelles. Tra loro: il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis. D
Chi era Benito Mussolini? E in che cosa alcuni leader politici di oggi gli assomigliano? Due domande che vengono rivolte con frequenza ad Antonio Scurati da quando, l’estate scorsa, ha vinto il premio Strega con M. Il figlio del secolo, un romanzo storico dedicato all’ascesa al potere di Benito Mussolini.
Scurati, che oltre ad essere uno scrittore di successo è anche professore associato al Dipartimento di comunicazione, arti e media dell’università IULM di Milano, ha studiato a lungo la figura e le scelte del dittatore italiano, ed è ormai considerato un esperto in materia di autoritarismo politico.
In un video-commento pubblicato di recente sul Corriere della Sera, Scurati delinea una via per trovare una risposta a questi interrogativi. Il metodo migliore, secondo lo scrittore, è affidarsi alle fonti dirette. In questo caso, alle parole del famoso dittatore.
Racconta Scurati che Benito Mussolini, nel 1919, quando era ancora alla ricerca del potere, una volta definì se stesso in modo alquanto singolare: “Io sono come le bestie, sento il tempo che viene”.
Con queste parole, il ‘Duce’ si vantava di avere un ottimo fiuto politico. Certo. Ma non solo. Mussolini, in realtà, si spingeva b
I due sondaggi, entrambi coordinati da Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos Italia, mettono a confronto le opinioni degli intervistati — un campione rappresentativo di potenziali elettori — a circa un mese di distanza: il 30 gennaio e il 27 febbraio. Due momenti storicamente molto diversi. Il primo sondaggio, infatti, si è svolto in una situazione di relativa normalità. Il secondo, invece, in un contesto di grave allarme sanitario, politico e sociale; un’emergenza legata alla diffusione di un virus che in questi giorni si è imposto all’attenzione collettiva con forza crescente. Un virus emerso in Cina, nella città di Wuhan, e oggi diffuso in tutto il mondo.
Dunque, come dicevamo, il sondaggio del 27 febbraio raccoglie le preferenze politiche degli intervistati in un momento del tutto particolare. Il 21 febbraio, infatti, con la notizia di un contagio attivo in Lombardia, si è aperto un periodo difficile, segnato dalle misure adottate dalle autorità per contenere la diffusione della malattia. Misure che, come sottolinea Pagnoncelli, hanno avuto un notevole impatto sulla vita sociale, psicologica e lavorativa di milioni di persone.
Un impatto che, poi, tende a rifletter
Il quadro, un grande olio su tela sviluppato verticalmente, risale al 1639 e raffigura una famosa scena biblica. Davide si riposa, dopo la lotta che l’ha visto vittorioso. Siede con le gambe accavallate, la mano destra appoggiata sulla guardia di una lunga spada scura. Ci osserva con il capo leggermente inclinato, lo sguardo malinconico e stanco. Alle sue spalle, un panorama roccioso e una vaporosa nuvola bianca. Ai suoi piedi, la testa di Golia, il gigante sconfitto, la bocca congelata in un grido di dolore e sorpresa.
Un dipinto percorso da una bellezza magnetica. E, fino a poco tempo fa, avvolto in un fitto velo di mistero. Sulla tela, infatti, mancava la firma dell’autore…
Nel 1975, la sede londinese di Sotheby’s mise l’opera all’asta, indicando come probabile autore Giovanni Francesco Guerrieri, famoso allievo del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi.
Problema risolto, dunque? No. Per nulla! Due decenni dopo, nel 1996, avendo visto una fotografia dell’opera, lo storico dell’arte italiano Gianni Papi cominciò a nutrire dei dubbi. In quella scena, e soprattutto nell’espressione del viso e nella postura del giovane Davide, Papi vedeva il tocco elegante di Artemisia Gentileschi,