L’accordo sul grano ucraino, e lo spettro della fame nel mondo
27 July 2022
Elena Larina / Shutterstock
Venerdì 22 luglio, a Istanbul, Erdogan sedeva accanto al segretario generale dell’ONU António Guterres, nel sontuoso palazzo di Dolmabahçe, davanti a un tavolo coperto da un telo candido, decorato con un ricco allestimento floreale. Ai lati opposti del lungo tavolo, il russo Sergei Shoigu, ministro della Difesa, e l’ucraino Oleksandr Kubrakov, ministro delle Infrastrutture. L’occasione non poteva essere più seria: la firma di un accordo che, se rispettato, consentirebbe all’Ucraina di riavviare, via mare, le sue esportazioni di grano verso un mondo affamato. Non dimentichiamo, infatti, che l’Ucraina è uno dei più importanti esportatori mondiali di grano, orzo, mais e olio di girasole.
Navi cariche di cereali dovrebbero presto partire da Odessa e altri due porti ucraini, ma il condizionale è d’obbligo, perché l’accordo di Istanbul già traballa. Poche ore dopo la firma dell’intesa — o meglio: dei due documenti che le parti belligeranti hanno