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In politica, nessuno è indispensabile

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In politica, nessuno è indispensabile
ITS / Shutterstock
Ha lottato fino all’ultimo Boris Johnson per restare a galla, travolto, negli ultimi mesi, da una lunga ondata di scandali politici. Il più famoso, il cosiddetto ‘Partygate’—uno scandalo relativo a una serie di festicciole con vino e formaggio, organizzate, in piena emergenza pandemica, al numero 10 di Downing Street, mentre il Regno Unito era immerso nel più ferreo lockdown. Per non parlare del disastro delle elezioni amministrative dello scorso maggio, che hanno visto i tories collezionare sconfitte in antichi feudi.

E così l’insofferenza è andata crescendo tra le file del Partito Conservatore. Giorno dopo giorno.

Martedì 5 luglio, in serata, le prime avvisaglie di quella che diventerà poi una valanga di dimissioni. Il giorno dopo, lasciano il governo due figure di grande rilievo—il ministro dell’Economia e quello della Salute. Col passare delle ore le dimissioni, tra ministri e altri esponenti del governo, saranno più di 50.

Ufficialmente, le ragioni della ribellione sono di natura etica. Ma il sottotesto è chiaro: tra le file dei tories sono in molti, ormai, a vedere Johnson come una palla al piede, una figura dannosa per l’immagine del partito.

Come ha ricordato il giornalista

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