Il fascino discreto delle figure retoriche
24 April 2019
Nel libro La Bustina di Minerva, pubblicato da Bompiani nel 1999, Umberto Eco ci regalava le sue 40 regole per scrivere bene, un prezioso (e spiritosissimo) elenco di consigli, creato per aiutare lo scrittore ad esprimere con scioltezza e precisione i propri pensieri. Nel suo decalogo, Umberto Eco dedica ampio spazio alle figure retoriche, incubo assoluto per milioni di studenti, costretti da professori crudeli a navigare in un mare di chiasmi, iperboli e metonimie. Acrobazie linguistiche i cui nomi fanno venire in mente pericolose malattie esotiche.
Ma le figure retoriche continuano a popolare la nostra vita ben oltre gli anni della scuola. Le usiamo quotidianamente, al lavoro e nelle conversazioni con gli amici. Spesso, senza nemmeno esserne del tutto consapevoli.
Un vero peccato, perché una conoscenza più consapevole dei meccanismi della comunicazione ci consente di assaporare meglio le sfumature espressive della lingua. Ci offre gli strumenti per eccellere nel nostro campo e una chiave di lettura per interpretare il mondo esterno. In altre parole, ci offre la possibilità di essere più liberi.
Nel mercato editoriale, le pubblicazioni dedicate alle figure retoriche abbondano. Si