L’armadio della mia camera da letto nella casa di mia madre conserva ancora i vestiti che mettevo all’epoca del liceo. Maglioni di lana, camicie e magliette di cotone, minigonne e pantaloni, giacche, cappotti, sciarpe e cappelli. Persino gli abiti eleganti delle feste del sabato sera. Capi classici, perfettamente conservati. La politica, a casa mia, è sempre stata quella di puntare sulla qualità, non sulla quantità. Non mentirei se dicessi che potrei indossare oggi, senza alcun problema, la maggior parte di quegli indumenti.
Altri tempi. Negli ultimi anni, le strade delle nostre città si sono popolate di negozi specializzati in quella che abbiamo imparato a chiamare fast fashion. Capi a prezzi stracciati, di bassa qualità, realizzati, quasi sempre, con materiali sintetici. È facile cadere nella trappola: la voglia di novità, la possibilità di soddisfare un capriccio senza far soffrire il portafoglio. Alzi la mano chi non è mai caduto in tentazione.
Sul finire del secolo scorso, agli albori del fenomeno, la cosa sembrava divertente. Una gamma infinita di colori e forme. Modelli stilosi e accessibili. Uno spettacolo. Ricordo come fosse ieri un viaggio in Spagna, e la scoperta delle m
Nel giorno del 30° anniversario del sacrificio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati in Somalia, il 20 marzo del 1994, mentre svolgevano il loro lavoro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato quanto sia importante, per la salute democratica di una società, l’esistenza di un ecosistema informativo libero.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin “erano giornalisti di valore alla ricerca di verifiche e riscontri su una pista che avrebbe potuto portare a svelare traffici ignobili”, ha ricordato Mattarella in un comunicato pubblicato sul sito web del Quirinale.
Nel 1994, la Somalia era un paese sommerso in una sanguinosa guerra civile. Il 20 marzo, la giornalista d’inchiesta Ilaria Alpi e l’operatore televisivo Miran Hrovatin — inviati da Rai3 nel paese africano — si trovavano a Mogadiscio, dopo un breve viaggio che li aveva portati nel nord del paese.
Ilaria e Milan seguivano l’operazione UNOSOM II, una missione internazionale creata al fine di agevolare la distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione stretta nella morsa della guerra.
Ma Ilaria e Miran, da qualche tempo, stavano lavorando a un progetto parallelo. Una linea di indagine che li aveva portati a scop
Silvio Berlusconi non aveva simpatia per la stampa estera, difficilmente controllabile, a differenza dei giornalisti che lavoravano nel suo impero mediatico.
Solo una volta tenne una conferenza stampa presso l’Associazione della Stampa Estera. In quell’occasione, come avrebbe poi fatto tante altre volte, mentì. Disse, alla platea di giornalisti seduti davanti a lui, di non avere alcuna intenzione di entrare in politica. Era il novembre del 1993. Poche settimane dopo, il 26 gennaio, Berlusconi annunciava, con un messaggio preregistrato inviato a tutte le emittenti televisive nazionali, la sua “discesa in campo”.
Berlusconi, che per il momento si presentava ancora come un semplice imprenditore, parlava nel vuoto politico creato da ‘Mani Pulite’, l’inchiesta anti-corruzione che aveva segnato la fine dei partiti che avevano governato l’Italia nel secondo dopoguerra. Forza Italia, la sua creatura politica, avrebbe conquistato una valanga di voti alle elezioni legislative del marzo di quell’anno.
Per una curiosa ironia del destino, dallo scorso 25 marzo, l’Associazione della Stampa Estera ha trasferito ufficialmente i suoi uffici al primo piano di Palazzo Grazioli, l’edificio rinascimenta
Il Parlamento italiano dell’era Meloni, assomiglia, troppo spesso, a un cabaret. Un cabaret che vede al centro, come protagonista assoluta, lei: Giorgia Meloni. La premier dà il meglio di sé soprattutto nell’aula della Camera. Nei momenti in cui è costretta ad ascoltare gli interventi che giungono dai banchi dell’opposizione, dà vita a un vero e proprio spettacolo, senza risparmiare energie. L’enfasi, le pause, la gestualità. Meloni allarga le braccia, ride, atteggia il viso in mille smorfie, immensamente espressive. C’è la smorfia stupita e incredula, quella a metà strada tra l’indignazione e il sarcasmo, e così via… il repertorio è ricco.
Mercoledì 20 marzo, Meloni si è presentata alla Camera per informare i deputati sulla posizione che avrebbe tenuto l’Italia al Consiglio europeo che avrebbe avuto luogo nei due giorni successivi. Meloni ha pronunciato il suo discorso nell’aula del Senato. Poi, alla Camera, ha ascoltato, e risposto, ai commenti dei deputati.
Ma i contenuti del dibattito, paradossalmente, sono passati in secondo piano, eclissati dalle espressioni facciali e dai gesti plateali della premier. Per la gioia dei fotografi presenti in aula.
La performance ha raggiunto il
Il fatto che Palazzo Strozzi gli dedichi, oggi, una grande mostra monografica è, per Anselm Kiefer, il coronamento di un sogno. Tanti anni fa, quando, ventenne, studiava arte alle accademie di Friburgo e Karlsruhe, era rimasto folgorato dall’eleganza severa e pulita del bel palazzo fiorentino. Dalla bellezza serena di quella facciata di pietra quattrocentesca. Quasi un ossimoro, in realtà, se pensiamo che la produzione del grande artista tedesco, nel corso degli anni, sarebbe stata animata, per lo più, da composizioni esuberanti e inquiete, vere e proprie esplosioni di energia.
Angeli caduti — questo il titolo della monumentale esposizione che Palazzo Strozzi dedica, dal 22 marzo al 21 luglio, ad Anselm Kiefer — ha richiesto anni di gestazione (sette, per l’esattezza) e appare come un miracolo, un abbagliante gioiello.
Colpisce la naturalezza del dialogo che le opere di Kiefer — alcune appartenenti al passato, altre frutto della riflessione di questi ultimi anni — intrecciano con l’architettura di Palazzo Strozzi. A cominciare da Engelssturz, un’opera monumentale, ideata specificamente per il cortile dell’edificio, che ricorda i mosaici bizantini e le pale d’altare dell’arte gotica.