Distratto, forse, dalla guerra in Ucraina e da pressanti questioni interne, Emmanuel Macron sembra essere stato colto di sorpresa dal golpe militare che, lo scorso 26 luglio, in Niger, ha visto la guardia presidenziale arrestare Mohamed Bazoum, presidente della Repubblica, democraticamente eletto nel febbraio 2021.
“La nostra presa del potere è stata causata dal deterioramento della situazione della sicurezza e dalla cattiva gestione economica e sociale del paese”, ha dichiarato durante un discorso televisivo, il colonnello Amadou Abdramane, portavoce dei golpisti, assicurando, comunque, “l’integrità fisica e morale” delle autorità deposte, “conformemente con il rispetto dei diritti umani”.
I golpisti sembrano avere l’appoggio del popolo. Domenica 30 luglio, una grande folla si è radunata davanti all’ambasciata francese, a Niamey, la capitale. Ha bruciato con foga bandiere con i colori dell’antica potenza coloniale. Alcuni manifestanti stringevano tra le mani rettangoli di cartone sui quali si leggevano parole poco incoraggianti per Parigi. Altri agitavano al sole delle bandiere russe. “Viva Putin!”, urlava qualcuno.
Scene orchestrate? Parole riflesso di propaganda e manipolazioni? P
Questa storia l’abbiamo studiata sui libri di scuola. La sera del 29 luglio 1900, Monza, un antico centro urbano al nord di Milano, è in festa. Il re d’Italia è in città. Umberto I di Savoia. Dopo aver assistito a un saggio ginnico, il sovrano sale sulla sua carrozza. È diretto alla Villa Reale di Monza, dove sta passando un periodo di villeggiatura.
La carrozza reale avanza lenta, nell’entusiasmo della folla commossa. Molti sono venuti da lontano, per il privilegio di vedere il re. Saluti, bandiere tricolori, lacrime d’emozione. Chi può, osserva la scena dall’alto. Dai balconi e dalle finestre.
Alle 22:25, mentre il re è ancora impegnato nel rito dei saluti, quattro colpi di pistola, una rivoltella Harrington e Richardson. Il sovrano è colpito tre volte. A una spalla, a un polmone, al cuore. La quarta pallottola colpisce la carrozza. Il re si accascia sulle ginocchia di uno dei suoi accompagnatori, il generale Felice Avogadro di Quinto. Pochi minuti dopo, morirà.
“Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio”, dirà poi l’attentatore, un operaio tessile di nome Gaetano Bresci.
Bresci è immediatamente circondato da un gruppo di carabinieri presenti sul luogo
Il Mediterraneo si scalda a ritmo accelerato e le conseguenze sono ormai difficili da ignorare: estati roventi, siccità, eventi meteorologici estremi. A soffrire in modo particolare è il settore agricolo, tanto in Europa del Sud come in Nordafrica.
Nei dibattiti sugli effetti sociali ed economici dell’attuale crisi climatica, il caso della Sicilia è citato spesso come emblematico. Osservate, dicono in molti, le scelte che gli agricoltori dell’isola devono fare per adattarsi alla nuova realtà. Al posto di arance, mandarini e mandorle, nei campi, vedrete frutta tropicale e, in alcune zone, persino caffè.
“Innovazione e ricerca sono parole che si ripetono spesso nei piani operativi finanziati dall’Unione europa per ciò che concerne l’agricoltura in Sicilia”, affermava in un’intervista pubblicata su Wired nel febbraio del 2022, Giuseppe Di Silvestro, presidente di Op Rossa di Sicilia, una società cooperativa che, dal 1997, produce ortaggi e agrumi, con un’attenzione particolare per la caratteristica arancia rossa siciliana. “È necessario costituire una cabina di regia con meno politica e più competenza tecnica e ricerca. L'invito è rivolto soprattutto agli agricoltori, in modo che prend
“Venezia: beltà lusingatrice e ambigua, racconto di fate e insieme trappola per i forestieri”, scriveva Thomas Mann nel suo capolavoro, La morte a Venezia. “Se dovessi cercare un sinonimo per la parola ‘musica’, potrei pensare soltanto a ‘Venezia’”, scrisse un altro ammiratore della perla lagunare, Friedrich Nietzsche, precursore dell’esistenzialismo. Sensibile al fascino della Città dei Dogi fu pure il cuore di altri famosi intellettuali del passato: Henry James, Marcel Proust e Ernest Hemingway, che — si sa — amava rilassarsi ai tavolini dell’Harry’s Bar. Ma romanzieri e filosofi non furono i soli a subire il gran fascino della Serenissima. No. Tra gli innamorati di Venezia si contano pure il pittore catalano Mariano Fortuny y Madrazo, genio dell’orientalismo romantico, il ritrattista impressionista John Singer Sargent e la collezionista e mecenate Peggy Guggenheim, grande promotrice delle avanguardie del Novecento, che, a Venezia, scelse di vivere, nel palazzo Venier dei Leoni, un tempo dimora di un’altra indimenticabile abitante della città: Luisa Amman, marchesa Casati Stampa.
Bei tempi andati. Con l’avvento del turismo di massa, Venezia è cambiata. È diventata una merce nel ci
Non credo di esagerare se dico che l’inquinamento acustico è uno dei mali del nostro tempo. Certo, l’essere umano è chiassoso per natura e la convivenza nell’affollamento delle città implica, da sempre, una certa dose di forzata intimità. Ma in questi ultimi anni, con l’avvento sul mercato, e l’estrema diffusione, di dispositivi elettronici sempre più potenti, il volume del rumore al quale siamo esposti, quotidianamente, è davvero elevato, a volte intollerabile. L’inquinamento acustico pervade ogni contesto: strade, piazze, mezzi pubblici. Quante volte abbiamo dovuto, mentre eravamo in treno, o al tavolino di un caffè, ascoltare gioie e dolori di uno sconosciuto, impegnato in una conversazione telefonica — ovviamente, in viva voce — con amici e parenti?
A volte, non possiamo stare tranquilli nemmeno nello spazio intimo nel nostro appartamento. C’è il vicino maleducato: quello che, pomeriggio e sera, accende il televisore a tutto volume, e magari poi lo dimentica acceso per ore. C’è l’ostinato ronzio del trapano nell’edificio a fianco, perennemente in restauro. E poi, ci sono le allegre feste del bar sotto casa, con quell’orrenda selezione di musica anni 80. Spesso, rumori indesidera