La 95ª cerimonia dei premi Oscar si è tenuta domenica sera al Dolby Theatre di Hollywood. Come previsto, ha stravinto Everything Everywhere All at Once, della casa di produzione indipendente A24. Sette statuette. Tra cui quella per miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista e migliori attori non protagonisti.
La gala è stata presentata da Jimmy Kimmel, che, al termine della diretta, si è fatto seguire dalle telecamere dietro le quinte, dove ha aggiunto un “1” a un cartello che ironicamente indicava le edizioni degli Oscar concluse senza incidenti.
Riviste specializzate e social si dividono tra chi si è annoiato, e considera gli Oscar un rito ormai esausto, e chi ha tirato un beato sospiro di sollievo davanti a uno spettacolo fluido dall’inizio alla fine. Io ho oscillato tra i due sentimenti per tutta la nottata, e anche i miei compagni di avventura davanti alla TV alternavano grandi sbadigli a risate, conversazioni distratte a silenzi concentrati.
Abbiamo particolarmente apprezzato i premi agli attori del film vincitore. Le loro carriere sembravano molto lontane da questo tipo di riconoscimento e la loro emozione è servita a ricordarci che non è mai troppo tardi per
“Un Oscar è per un film, questa è per tutta la carriera!”. Giancarlo Giannini è emozionato, mentre accarezza la mattonella appena posata sul marciapiede. Anche gli occhi azzurri sorridono dietro alle lenti fumé. Sembra un bambino con un giocattolo che aspettava da tempo. E invece, siamo a Los Angeles, a Hollywood - per la precisione - . Lui è un attore, sceneggiatore, doppiatore di 80 anni e di fama internazionale; e quella sotto le sue dita è l’iconica stella rossa con un nome inciso a lettere d’ottone. Il suo nome. Dal 6 marzo, infatti, la Walk of Fame ha una nuova stella, dedicata all’interprete italiano.
“Sono circondato da colleghi e amici che verranno ricordati nel tempo. Non c’è riconoscimento più grande per me”. Questa stella è l’ultimo omaggio ad una carriera cominciata per caso. Giannini è nato nel 1942 a La Spezia, in Liguria. Dopo aver studiato all’istituto tecnico, si è iscritto all’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico di Roma quasi per gioco. “Nei saggi di fine anno, fui notato dal regista teatrale Beppe Menegatti, che mi scelse per recitare Puk nel Sogno di una notte di mezza estate”, racconta. “Avevo 20 anni, ero molto allegro e atletico, perfetto per la parte
Rosso, arancione, giallo, bianco. Sono i colori che hanno definito le nostre vite tra marzo 2020 e l’inizio del 2022. Quei quattro colori ce li ricordiamo, in Italia. Quella specie di semaforo distorto decretava quanto dovevamo preoccuparci, quanto dovevamo stare attenti, cosa potevamo fare. Chi posso vedere? Quanto posso allontanarmi da casa? Posso fare una corsa attorno all’isolato? Nella fase più acuta della pandemia del Covid, azioni quotidiane e banali come queste dipendevano da quei colori. “Siamo in zona rossa? Organizziamo l’aperitivo su Zoom”. “In zona arancione? Ancora niente scuola”. “Oggi diventiamo zona gialla: facciamo una passeggiata al parco, camminiamo lontani, parliamo con la mascherina”. In zona bianca, cominciavano i primi, cauti, ritrovi tra persone fidate: familiari o amici strettissimi, con le mani bagnate di disinfettante e le mascherine davanti alla bocca.
Oggi tutto questo sembra una questione lontana, il tempo si è dilatato. Ma il dolore non è sopito. Soprattutto tra la gente del Nord Italia, in Lombardia, dove il virus è sembrato indomabile e ha ucciso più che altrove nel mondo: 455 decessi per Covid ogni 100.000 abitanti.
Tutto questo è tornato di attual
L’odore di fumo appiccicato ai vestiti, quella puzza che rimaneva incollata al maglione, e ai capelli, dopo un concerto o una cena in pizzeria. Chi lo ricorda, nel nostro paese, ha almeno 40 anni. In Italia, infatti, non si può fumare al chiuso dal 2003, quando l’allora ministro della Salute, Girolamo Sirchia, emanò un divieto che avvicinava il nostro paese alle richieste dell’Unione europea.
È probabile pure che chi ricorda quell’odore tenace, pungente, un odore che impregnava tutto - i vestiti, ma anche gola e naso - non ne abbia alcuna nostalgia. Confesso: all’epoca, fumavo. Non tanto: una, due sigarette la sera. Mi definivo, fieramente, “un fumatore sociale”. A casa non ci pensavo proprio, nemmeno un tiro. Però, quando uscivo… con un drink in mano e un amico di fronte… oppure dopo cena, quando si chiacchierava attorno al tavolo… beh, allora, sì: una sigaretta non me la levava nessuno. Vi confesso pure che, all’inizio del 2003, ero contrariato: “Ma insomma!”, mi dicevo, “nemmeno un vizio posso avere?”.
Ora sono grato a quel divieto, che mi ha costretto a diradare le sigarette… e poi me le ha fatte dimenticare. È la mia esperienza, certo, ma comunque rappresentativa della statisti
Le buone notizie, a volte, bisogna cercarle negli angoli più remoti della mappa geografica. In questo caso, di quella europea. Eccoci in Estonia, piccola repubblica affacciata sul mar Baltico, con appena un milione e trecentomila abitanti, che nei giorni scorsi ha mandato a Bruxelles e al mondo un forte segnale di fiducia nell’Unione europea e di solidarietà all’Ucraina.
Facciamo un passo indietro e raccontiamo la storia dall’inizio. Domenica 5 marzo, in Estonia, si votava per eleggere il nuovo primo ministro e rinnovare i seggi del parlamento unicamerale. Uno dei temi più discussi della campagna elettorale è stato il sostegno all’Ucraina, vittima dell’invasione militare russa. La prima ministra Kaja Kallas, forte sostenitrice di Kiev e convinta europeista, candidata alla rielezione, si scontrava con avversari di estrema destra e populisti che invece strizzano l’occhio a Putin e mal sopportano Bruxelles.
Lunedì 6 marzo, i risultati del voto erano già chiari: il Partito riformatore di Kallas è arrivato primo. Con il 31,4% dei voti, ha eletto 37 deputati su 101, tre in più rispetto alla scorsa legislatura. Al secondo posto, è arrivato il Partito popolare conservatore, di destra estrema