E così, alla fine, Lula ha sconfitto Bolsonaro nel secondo turno delle elezioni presidenziali. Una lotta all’ultimo voto, con l’ex sindacalista che ha battuto il presidente uscente per pochi punti percentuali, pari a circa 2 milioni di voti.
Come avviene in ogni lotta, ci sono stati anche colpi bassi. Molti. Durante tutta la campagna, Bolsonaro aveva lasciato intendere di non voler riconoscere l’eventuale sconfitta, sventolando l’accusa di possibili brogli e chiamando a raccolta i propri sostenitori per “difendere la democrazia”. Una tattica in parte già vista con le presidenziali americane, con Trump pronto a seminare dubbi su brogli e complotti, cercando con ogni mezzo di sovvertire il risultato delle urne.
In Brasile, la polizia federale, vicina a Bolsonaro, è persino intervenuta in alcuni distretti elettorali considerati tradizionalmente vicini a Lula, il giorno delle elezioni, ostacolando le operazioni di voto. Ad urne chiuse, inoltre, ci sono stati blocchi stradali, in particolare organizzati da camionisti che non volevano riconoscere la vittoria di Lula. Un caos che, se non è stato direttamente alimentato, certo è stato tollerato dalle autorità.
Lo stesso presidente uscente n
“COP” negli anni è diventata una sigla sempre più importante. In inglese, indica la “Conferenza delle parti”, ossia la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Ad ogni Conferenza, le speranze di miliardi di persone si concentrano su un gruppo internazionale di leader ed esperti. L’obiettivo è sempre lo stesso: contrastare l’emergenza climatica, mitigarne gli effetti e ridurre il più possibile le emissioni che avvelenano il pianeta.
Parliamo di problemi che dovrebbero essere la priorità di qualunque paese. Eppure, anno dopo anno, la Conferenza sul clima manca gli obiettivi indicati dalla comunità scientifica. Un po’ come nel film Don’t look up: sappiamo che un asteroide sta per colpire la Terra, sappiamo dove e quando colpirà, ma nonostante ciò non riusciamo a fare quanto servirebbe.
Così a ogni Conferenza si accompagnano anche contestazioni e critiche, in particolare quella di fare “greenwashing”. Una parola che possiamo tradurre con l’espressione “ambientalismo di facciata”: si dà una passata di verde sui problemi, e così ci si convince che nessuno noterà lo sporco.
L’accusa di “greenwashing” è di solito rivolta a leader politici e aziende, tacciati di usare la confe
Solo qualche anno fa, i Måneskin sembravano un gruppo di ragazzi come tanti. Ragazzi che si avvicinano alla musica mentre cercano di capire cosa faranno davvero nella vita.
Un video di quattro anni fa, diventato ora virale, li mostra mentre, ancora sconosciuti, suonano per strada per le vie di Roma. Nessuno, allora, poteva immaginare che quel gruppo avrebbe poi vinto Sanremo e l’Eurovision, proiettandosi ai vertici della scena musicale globale. Tour mondiali, code chilometriche fuori da stadi e arene. Persino una band coreana, le Rolling Quartz, che canta in italiano il successo sanremese dei Måneskin, Zitti e buoni.
L’Italia è un paese noto per il suo ricchissimo patrimonio artistico. Tuttavia, in particolare negli ultimi anni, gestire un simile tesoro sembra diventato sempre più difficile. I motivi sono diversi, e tra questi c’è sicuramente una certa pigrizia nel valorizzare le novità, o la propensione a giudicare tutto dall’alto verso il basso. Soprattutto da parte dei meno giovani.
Se guardiamo per esempio al Regno Unito, vediamo come là ci sia l’abitudine di assegnare a musicisti e cantanti onorificenze e medaglie al valore, riconoscendo loro un importante ruolo nel promuovere
L’opera è un genere musicale tutto italiano, tanto che in molte lingue questa parola non viene tradotta. Non è un genere per tutti i palati, ma di sicuro vi sarà capitato almeno un film dove i personaggi assistono a spettacoli teatrali, e sul palco si vede un tenore struggersi mentre la sua voce vibra possente. Ecco: quella è l’opera.
È alla fine del Cinquecento che, a Firenze, un gruppo di artisti cerca una nuova forma di recitazione che possa attualizzare l’antica tragedia greca. Quella di Sofocle, Eschilo ed Euripide. L’idea è di fondere insieme il meglio di tutte le arti, dando vita a una rappresentazione magnifica e complessa, che omaggi tutte le Muse.
Da quell’idea, nel corso del tempo, si è via via sviluppato un genere che ha preso piede nei teatri di tutta Europa, dando fama e gloria a una lunga tradizione di compositori. Tra questi, un ruolo di primo piano spetta a un italiano vissuto nella seconda metà dell’800: Giuseppe Verdi, a cui dobbiamo capolavori come L’Aida o La traviata.
Quella di Verdi non è soltanto un’eredità artistica. Come succede spesso per i compositori, tra i lasciti di Verdi non figurano solo spartiti, ma anche una bellissima villa nella campagna emiliana.
La campagna elettorale in Italia si è conclusa con le elezioni del 25 settembre, mentre il 22 ottobre ha giurato davanti al presidente della Repubblica il nuovo governo, presieduto da Giorgia Meloni. In così poco tempo, è ovviamente difficile giudicare l’operato del governo, o del nuovo Parlamento.
Possiamo però registrare una tendenza significativa, almeno per il momento. E no, non penso al numero di leggi presentate, o di decreti approvati. Né ai consensi secondo i sondaggi. Mi riferisco, piuttosto, alla recente fuga di politici e partiti italiani da TikTok. Secondo i dati disponibili, infatti, molti tra i principali account politici hanno drasticamente ridotto l’attività sulla piattaforma cinese. Molti sono addirittura scomparsi.
Tra questi ultimi, figura l’account del Partito Democratico, ovvero il principale partito di opposizione. Lo stesso vale per Matteo Renzi, che, oltre a essere stato presidente del Consiglio in passato, è considerato dagli esperti uno dei politici italiani più attivi e dinamici sui social. Politici come Silvio Berlusconi, che hanno creato un account proprio in vista delle elezioni, si sono letteralmente defilati, pur essendo ora nella coalizione di gover