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Arnaldo Pomodoro, la bellezza delle ferite

2 July 2025
Arnaldo Pomodoro, la bellezza delle ferite
Arnaldo Pomodoro. Museo Revoltella, Trieste. Martina Zanetti
Ho sempre ammirato gli scultori. Tra tutte le arti, la loro mi sembra la più complessa, e la più misteriosa. Dalla materia inerte — sia essa marmo, metallo, legno o argilla — le mani dello scultore creano il miracolo dell’immortalità. Eterni momenti di dolore ed estasi, eroismo, amore e conflitto.

Nel panorama della scultura italiana, la figura di Arnaldo Pomodoro, morto a Milano lo scorso 22 giugno, un giorno prima del suo novantanovesimo compleanno, emerge con una forza unica e profonda. Le sue opere — sfere, cubi, piramidi, coni, colonne — sono un esempio emblematico di come il linguaggio dell’astrazione possa raccontare storie intense e universali. Pomodoro ha saputo infondere nella materia un’anima, l’eco di un’esplorazione paziente. Le sue sculture, spesso monumentali, non sono semplici forme geometriche. Sulla perfezione di superfici lisce e lucide, si disegnano fratture e crateri. Squarci improvvisi.

Le sculture di Arnaldo Pomodoro, come amava sottolineare lo stesso artista, sono specchi in continua evoluzione, antiche forme che si rinnovano in dialogo costante con il contesto che le circonda — la luce, la pioggia, il colore del cielo, l’architettura — e la sensibilità dello

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