Libano, dolore e rabbia a Beirut
12 August 2020
La Gallinara, l’isola del mistero
Erano da poco passate le sei del pomeriggio a Beirut, lo scorso martedì 4 agosto, quando due esplosioni —la prima, più piccola, la seconda, devastante—
scuotevano l’area del porto. Una gonfia nube di fumo color arancio
saliva verso il cielo, simile
a un fungo nucleare. Le strade di Hamra, invase dal traffico dell’ora di punta, si coprivano di
schegge di vetro e metallo,
di grumi di cemento. Raggiunti dall’onda d’urto, i palazzi di Achrafieh oscillavano impazziti,
come scossi da un terremoto violentissimo. Poco dopo,
rivolgendosi ad un gruppo di giornalisti, il governatore della città, Marwan Abboud, in lacrime, avrebbe paragonato la duplice esplosione alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki.
Non c’è pace per Beirut, la città che
negli anni Sessanta del secolo scorso, prima di sprofondare nell’orrore della guerra civile, si era meritata, per il suo fascino mondano e la qualità della sua vita culturale,
l’appellativo di ‘Parigi del Medio Oriente’.
Oltre 200 morti,
migliaia di feriti, decine di persone disperse. E un’infinità di edifici gravemente danneggiati. Il
bilancio della catastrofe che ha scosso la settimana scorsa Beirut è ancora provvisorio. Così come
non è ancora noto il motivo