È un triste paradosso, ma la Tunisia — il paese nel quale è fiorita la “Primavera araba" — è ormai scivolata, nuovamente, nell’autocrazia. Dopo le farsesche elezioni di domenica 6 ottobre, per il presidente della Repubblica, Kaïs Saied, si apre un nuovo mandato, in un contesto istituzionale fortemente impoverito. “Ripuliremo il paese da tutti i corrotti e dai cospiratori”, ha detto poco dopo la chiusura delle urne. Parole che, più che come una promessa, suonano come una minaccia. Contro l’opposizione politica, e contro qualsiasi voce critica. Gran parte dell’opposizione, di fatto, aveva scelto di boicottare il voto, per non legittimarlo. Altissima, l’astensione. Soprattutto tra gli elettori giovani, i più delusi. Solo il 27,7% dell’elettorato tunisino ha partecipato al voto, un dato notevolmente inferiore rispetto al 49% delle precedenti elezioni, quelle del 2019.
Ma com’è arrivata la Tunisia a questo punto? Come da copione, potremmo dire. Come accade spesso in situazioni simili, infatti, il processo di deriva autoritaria è cominciato in modo lento, sottile, progressivo. Per poi accelerare, sempre più.
Kaïs Saied, un professore di diritto costituzionale, fu eletto presidente nel 201
Così ho sedotto la notte. Non fu certo modesto, Gherardo Guidi, nello scegliere il titolo del libro nel quale raccontava i successi, ma anche le sfide e le difficoltà, della sua lunga carriera come imprenditore specializzato nell’intrattenimento notturno. In quel volume, uscito nel 2017, Guidi ripercorreva, con comprensibile orgoglio, la storia del suo progetto più famoso: La Capannina di Forte dei Marmi. Tanti i personaggi celebri che, negli anni, si sono esibiti sul palcoscenico di quel gioiello incastonato sulla sabbia della Versilia. Tante, tantissime, le cantanti. Stelle della scena italiana, come Ornella Vanoni, Patty Pravo, Anna Oxa. Ma anche star internazionali, come Gloria Gaynor e Grace Jones.
Avere Grace Jones alla Capannina fu un vero colpo da maestro. Un’idea maturata a Parigi. Guidi raccontava di aver visto in città dei grandi poster con l’immagine di quella donna bellissima e misteriosa. “Mi piaceva quel suo modo di cantare La vie en rose. La scritturai”, disse al quotidiano fiorentino La Nazione. Grace Jones si esibì alla Capannina nell’agosto dell’89, in occasione della festa per il sessantesimo compleanno del locale. Fu un trionfo assoluto.
Dicono ch
È un podcast di grande raffinatezza quello che France Culture, il segmento culturale di Radio France, dedica quest’anno a un celebre romanzo italiano del Novecento: La coscienza di Zeno, opera dello scrittore triestino Italo Svevo.
Pubblicato nel corso del mese di agosto e diviso in 15 avvincenti capitoli, il podcast trascina il pubblico francese nel bizzarro mondo di Zeno Cosini, un personaggio in costante equilibrio tra autocritica e autoindulgenza. Un personaggio simile, per certi aspetti, al suo creatore.
Nato nel 1861 a Trieste — allora il porto principale dell’Impero austro-ungarico —, Aron Hector Schmitz era un uomo a cavallo tra due mondi, due culture, due modi di concepire la vita. Una dualità che volle fissare nello pseudonimo che scelse per la sua attività letteraria: Italo Svevo. Da un lato, il calore del mondo mediterraneo latino. Dall’altro, il pragmatismo operoso dell’Europa centrale.
Il signor Schmitz era un uomo d’affari di successo. Dinamico, brillante, estroverso. Nel 1896, aveva sposato una sua cugina, Livia Veneziani, e aveva poi fatto carriera nell’azienda dei suoceri, produttrice di una vernice sottomarina dalla formula segreta.
Italo Svevo era un artista intros
È impossibile rimanere indifferenti davanti a una fotografia di Letizia Battaglia. Impossibile non provare, osservando le scene catturate dal suo obiettivo veloce e sensibile, un’emozione profonda, intensa. Nostalgia, rabbia, pietà, indignazione.
Una madre urla, gli occhi al cielo, pensando che suo figlio sia stato ucciso. Un’altra madre abbraccia il figlio carabiniere, tornato sano e salvo da una missione pericolosa. Il feroce boss mafioso Leoluca Bagarella nel giorno del suo arresto, rabbioso e incredulo. Un uomo ucciso a colpi di pistola in un viale di Palermo: il corpo immobile sulla sedia nella quale si trovava nel momento del crimine, la folla che osserva, lontana e rassegnata. L’ufficio di Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, il 21 luglio 1979, il giorno del suo assassinio: cinque telefoni, un taccuino degli appunti, una penna, una lampada, ancora accesa. E una cascata di rose sulla scrivania di legno antico. Il ritratto di Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente ucciso, insieme al giudice Giovanni Falcone, nella strage di Capaci, il pomeriggio del 23 maggio 1992. Il simbolismo dell’immagine è perfetto: il volto ascetico di Rosaria — per metà nell’ombra, pe