L’eterno fascino di Manu Chao
25 September 2024
Fabio Alcini / Shutterstock
Quasi 26 anni fa, il 6 ottobre del 1998, usciva Clandestino, il primo album da solista del musicista franco-spagnolo Manu Chao, leader storico della band parigina Mano Negra. Clandestino è un disco eclettico. Un disco che interpreta alla perfezione il clima che si respirava nel mondo occidentale a cavallo tra il primo e il secondo millennio. Speranze, inquietudini e contraddizioni di un mondo in evoluzione, tra nuovi flussi migratori, nuovi incroci di culture, nuovi stili di vita.
Per me, Clandestino è una Madeleine de Proust. È un viaggio in Spagna nell’estate del ‘99. È la striscia d’asfalto sospesa sul mare che collega San Fernando a Cadice —la macchina inondata dal sole del mattino e la radio che intona le note della traccia che dà il titolo all’album—. È una notte di festa al Suristán di Madrid, a pochi passi da Puerta del Sol. Calle de la Cruz, numero 7.
La sala Suristán,