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Martedì 6 dicembre il consiglio regionale veneto ha approvato il disegno di legge 116 che promuove il bilinguismo nelle scuole, negli uffici pubblici e nella segnaletica stradale.

Questa legge regionale stabilisce che la popolazione veneta è una “minoranza nazionale” e che perciò deve essere protetta come lo sono altre minoranze linguistiche italiane, come quella tedesca presente nel Sud Tirolo, in Trentino-Alto Adige.

Già da domani, dunque, i comuni potrebbero introdurre l’insegnamento della “lingua veneta” nelle scuole e potrebbero richiederne la conoscenza come requisito essenziale per l’ottenimento di un incarico nell’amministrazione pubblica.

Tutti i “forestieri”, dunque, nati fuori del Veneto, interessati ad avere un ruolo da funzionario pubblico, dovranno prima superare un esame di lingua e conseguire una sorta di “patente veneta”.

Secondo il promotore della legge, Riccardo Barbisan, quest’ aspetto sarebbe essenziale perché “Non si può entrare in sintonia con la gente se non si capisce la lingua”.

In un momento storico in cui dilaga il populismo, a me l’idea di una “patente veneta” un po’ preoccupa. Più che uno strumento di unione e integrazione, mi sembra pi

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