Una fune legata saldamente al collo, la statua di Cristoforo Colombo si stacca dal suo basamento e, in pochi secondi, rovina al suolo, sollevando una nube di polvere. I manifestanti gioiscono, applaudono, scattano delle fotografie. Siamo a Saint Paul, la capitale del Minnesota, nella piazza davanti allo State Capitol, un bel palazzo in stile neoclassico la cui cupola ricorda quella realizzata da Michelangelo per la Basilica di San Pietro.
Negli ultimi giorni, scene simili a questa si sono ripetute un po’ ovunque negli Stati Uniti, sull’onda delle proteste per l’assassinio di George Floyd. Il 9 giugno, a Boston, nel quartiere del North End, una statua in marmo raffigurante Cristoforo Colombo è stata decapitata da un gruppo di manifestanti.
Era già successo, nel 2006. Qualche anno dopo, nel 2015, il monumento era stato cosparso di vernice rossa. E sul basamento di pietra qualcuno aveva scritto, con una bomboletta spray, tre parole: Black Lives Matter.
Anche nel sud del paese, a Richmond, in Virginia, una statua dedicata a Colombo ha fatto una brutta fine, la scorsa settimana. Dopo averla divelta dal suo basamento, un gruppo di manifestanti l’ha lanciata in un lago.
Non è difficile ved
Lo scorso 4 marzo, lo scrittore Giacomo Papi pubblicava sul giornale online Il Post un articolo intriso di amarezza. “Il 21 febbraio 2020 — scriveva Papi — a Milano finì la belle époque. Qualcuno (io) avvertiva da mesi che la città era al culmine e che presto sarebbe iniziata la discesa. Ma, nel dirlo, si sentiva come un guastafeste. Tutti gli altri, a Milano, sembravano ubriachi: postavano raffiche di foto per celebrare la bellezza della città, visioni dall’alto, grattacieli, cieli azzurri, tramonti esagerati, bar affollati. Nessuno, di certo, si sarebbe mai aspettato lo schianto”.
Lo schianto al quale si riferisce Papi è, naturalmente, lo scoppio improvviso dell’epidemia del Covid-19, che in questi mesi ha colpito con forza la Lombardia, e in modo particolare Milano, congelando dinamiche produttive e rituali sociali di una città che è (e sa di essere) il motore economico d’Italia. Quella Milano che dall’Expo del 2015 non si era mai più fermata. Nemmeno un secondo, nemmeno per riprendere fiato e riflettere un po’. Milano energica, vivace, effervescente, sempre più bella. Sempre più iperattiva.
Da buon milanese, il sindaco Giuseppe Sala fatica a stare fermo. In questi ultimi mesi, ol
Immagino che non rimarreste stupiti se vi dicessi che sono, da anni, un’avida ascoltatrice di podcast. Ora non ricordo quale sia stata, in assoluto, la mia prima esperienza in questo territorio. Ricordo bene, però, il nome del primo podcast che ha saputo affascinarmi. Era l’autunno del 2014, e ogni giovedì ascoltavo una nuova puntata di Serial, creato e condotto dalla giornalista Sarah Koenig. Un vero e proprio gioiello nel campo del giornalismo investigativo e della narrazione orale.
Da quel momento, le mie esplorazioni nell’universo dei podcast non hanno fatto che espandersi. Comunque, fino a poco fa, sapevo di essere quello che si suol definire… una mosca bianca. In Italia, infatti, il grande pubblico sembrava poco interessato a questo genere di intrattenimento.
Non più. Oggi, gli italiani si stanno, finalmente, lasciando conquistare dal fascino del podcast. Come racconta un articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 9 giugno, in Italia i fan del podcast sono oggi più di 12 milioni. Negli ultimi mesi, inoltre, complice il lockdown decretato dal governo per contenere l’emergenza del Covid-19, gli ascolti sono
Francesca insegna in una scuola materna di Prato, in Toscana, ed è una di quelle maestre — per fortuna, ce ne sono tante — che svolgono il loro lavoro con passione e idealismo, perché amano i bambini e perché credono nel valore sociale del loro compito.
Proprio per questo, per una persona come Francesca, il lockdown che ha segnato la fase acuta della crisi del Covid-19 è stato una doppia tragedia. Alla sofferenza per il dramma che attraversava, collettivamente, il paese, si sommava, per lei, una sofferenza più intima: quella di non poter stare vicino ai suoi piccoli alunni.
Così, con l’avvio della ‘fase 2’ e la riapertura dei parchi pubblici e dei giardini urbani, Francesca aveva avuto un’idea. Avrebbe potuto scegliere qualche favola, o qualche bel libro di racconti per l’infanzia, e, con il permesso dei genitori, avrebbe potuto invitare i bambini della sua classe per un bell’incontro di gruppo all’aria aperta. Senza dimenticare le mascherine chirurgiche, naturalmente.
I genitori avevano accettato la proposta con entusiasmo. I bambini, poi, erano ancora più felici. Avrebbero finalmente potuto abbandonare la noia domestica per assaporare in libertà i colori e i profumi della primavera
L’altro giorno, mentre facevo un po’ d’ordine in casa, mi è capitato fra le mani un supplemento del Corriere della Sera dedicato all’arte figurativa. L’avevo comprato, ma poi, per una ragione o per l’altra, non l’avevo mai letto. Data di pubblicazione: 12 gennaio 2020. Un’epoca di normalità. Quella vera, pre-epidemica.
Ed eccomi lì, cinque mesi dopo, a sfogliare con nostalgica curiosità quelle pagine un po’ ingiallite, piene di allegro fervore. Zeppe di appuntamenti da non perdere: presentazioni di libri, eventi, mostre di pittura e fotografia commentate in anteprima. Vengo così a sapere che Torino dedicava in quel momento una mostra al pittore quattrocentesco Andrea Mantegna, grande amante della classicità romana. A Venezia, il 22 marzo, Palazzo Grassi avrebbe inaugurato Le grand Jeu, una mostra pensata per celebrare l’opera del fotografo francese Henri Cartier-Bresson, il teorico dell’istante decisivo. “Luce sul mistero de la Tour”, annunciava poi un articolo a pagina 20, ricordando che, a Milano, Palazzo Reale si preparava ad aprire una monografica dedicata alle atmosfere intime e sospese del pittore barocco Georges de la Tour, grande creatore di scene notturne e spesso descritto