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E, a proposito di scandali, ci sono momenti in cui le persone si stancano davvero della corruzione. Ed è esattamente quello che sta succedendo ora in Colombia.

Colombia, un referendum anticorruzione rivela un nuovo scenario politico

Non è stato raggiunto il quorum, questo è vero, ma la grande partecipazione popolare che si è registrata rappresenta un mandato politico, un messaggio forte. E non solo per i membri del Congresso, ma anche per i partiti politici e per il presidente Duque. È il pomeriggio di lunedì 27 agosto e la giornalista e politologa colombiana María Jimena Duzán commenta con Cristina Castro, direttrice della rivista Semana, l’esito del referendum anticorruzione celebrato in Colombia il giorno prima. Siamo in diretta Facebook, e sono molti, migliaia, gli utenti connessi.

Duzán appare ottimista e rilassata —entusiasta, quasi— nel rispondere alle domande del pubblico. Dice di avere fiducia nel futuro, nella capacità di evolvere del sistema politico colombiano. L’alta affluenza elettorale, secondo lei, è una prova del fatto che la Colombia, oggi, è un paese più consapevole, politicamente più maturo. Un paese dove sta emergendo lo spazio per una vera democrazia dei cittadini.

Io mi auguro che abbia ragione. E, in effetti, qualche motivo di ottimismo c’è. Basti pensare che, circa due anni fa, nell’ottobre del 2016, aveva vinto il “no” in un referendum che chiedeva agli elettori di approvare, o bocciare, l’accordo di pace che il governo dell’allora presidente Juan Manuel Santos aveva siglato con i guerriglieri delle FARC. All’epoca quell’accordo —un patto che prometteva di mettere fine a un sanguinoso conflitto interno che durava da oltre 50 anni— non venne capito dalla maggioranza della popolazione, che lo ritenne troppo clemente.

La grande mobilitazione popolare di domenica scorsa, quindi, sembra indicare una svolta importante nel clima collettivo del paese.

Come dicevamo, non è stata raggiunta (per poco) la soglia necessaria affinché il referendum fosse vincolante —hanno votato 11 milioni e 700.000 persone, circa 500.000 in meno rispetto al quorum richiesto, ossia un terzo dei 36,4 milioni di aventi diritto al voto— ma chi ha scelto di votare non ha avuto dubbi. Le misure anticorruzione presentate nella scheda sono state infatti approvate con il 99% delle preferenze. Il che non dovrebbe sorprendere se pensiamo che, secondo alcune stime recenti, il costo pubblico della corruzione in Colombia ammonta a circa 15 miliardi di dollari l’anno. Le proposte, sette in tutto, prevedevano sanzioni più severe nei confronti dei politici corrotti, così come una maggiore trasparenza nel processo politico.

Il messaggio per il Congresso, dunque, è chiaro: i colombiani sono stanchi di vivere in un paese segnato dalla corruzione e chiedono, in massa, un cambiamento concreto.

Oltre al popolo colombiano, le grandi vincitrici del voto di domenica scorsa sono Claudia López e Angélica Lozano, le due senatrici che hanno lanciato la campagna per il referendum. Anche il neoeletto presidente Iván Duque emerge vittorioso dall’esito di questa consultazione popolare. Distanziandosi dalla posizione del suo stesso partito e da quella del suo mèntore político —il

potentissimo Álvaro Uribe, eterna eminenza grigia della politica colombiana— Duque ha espresso un esplicito sostegno al referendum, dimostrando un’indipendenza che ha piacevolmente sorpreso gli elettori.

Come dice María Jimena Duzán: “Il paese sta cambiando, si sta mobilitando. La gente sta prendendo coscienza del proprio ruolo. Questo è il futuro. E il presidente Duque avrà il compito di interpretare questo nuovo paese”. Come vi dicevo prima, io non posso che augurarmi che questa lettura, così ottimista, sia corretta.